24 dicembre 2025
Un paesino del Centro Italia,
mattina prestissimo
E’ tornato a casa pochi mesi fa papà: per tanti anni – troppi pensandoci adesso -, è stato nella vostra “parrocchia”, don Marco: un padre in carcere non è una delle storie che più si ama raccontare agli amici. A noi è capitato di avere papà in carcere. Non è vero che è capitato, siamo state noi a farlo capitare: come hai detto tu quando sei venuto al nostro paese, il Muro di Berlino non è mai caduto: il Muro di Berlino l’hanno fatto cadere. E’ una vergogna, ma dobbiamo essere oneste: papà non è caduto, l’abbiamo fatto cadere noi. Invece che regalargli un bel vestito, io e mia sorella gli abbiamo cucito addosso una condanna che oggi fa vergognare noi, non lui: all’uomo che ha contribuito a regalarci la vita, abbiamo regalato l’accusa più atroce di cui una figlia possa vantarsi: aver abusato di noi da piccole. Tutte le scuse, per giustificare l’accusa, le sappiamo a memoria a forza di ripeterle a tutti: nessuna di queste scuse, però, a noi basterà per toglierci di dosso la colpa di aver accusato ingiustamente papà. Per troppi anni, per colpa nostra siamo state orfane di padre con un padre vivo e vegeto, ma in carcere. Pur immaginadoci vittime (non lo eravamo), il mondo ci ha etichettato alla sua maniera: “Le figlie del pedofilo, la casa del mostro”. Nella scuola dove insegno, c’è una scritta: «Il bruco fa tutto il lavoro, ma è la farfalla a prendersi tutta la pubblicità». Prova a rovesciarla, don Marco: le due figlie hanno fatto il lavoro sporco, ma a prendersi tutta la merda è stato nostro papà. Per diciassette Natali, a Natale, non è più stato Natale a casa nostra: ogni pubblicità che raccontasse di bambini, di papà e di mamme, per noi era una coltellata. Serviva coraggio per riscrivere la storia ma noi, a quel tempo, non ce l’avevamo tutto quel coraggio che serviva.
Un giorno sono diventata mamma: la sofferenza di quel parto non la potrò mai più dimenticare, neanche quella del mio compagno, seduto lì accanto a me. In quei giorni, guardando la mia bambina in braccio al suo papà, non sono riuscita a non pensare a mio padre: tuo padre può essere chi vuoi, ma è sempre tuo padre. Mi sembrava di vedere, anni dopo, la scena di papà con in braccio me e mia sorella. In quei giorni mi sono detta: “Basta, Benedetta. Costi quel che costi, il coraggio te lo devi inventare se non ce l’hai”. Ho iniziato, con mia sorella, a pensare ai fatti che abbiamo causato: non ne avevamo mai parlato assieme, ma ho scoperto che anche lei, negli anni, si era sentita troppo in colpa. Così in colpa da vergognarsi di parlarne anche con me. Per due anni abbiamo riflettuto, noi due da sole. Poi, un giorno, abbiamo preso carta e penna e, dopo quindici anni, abbiamo scritto una lettera a nostro papà, in carcere: abbiamo fatto in modo che la ricevesse il giorno del suo compleanno. Gli abbiamo chiesto un regalo invece che farglielo: «Papà, buon compleanno. Facci tu, per cortesia, il regalo: dacci la possibilità di incontrarci noi tre». Non è stato facile imbucarla: non per la paura che rispondesse di no (o non ci rispondesse) ma per la paura che papà ci rispondesse di sì. Come è stato. Quando l’abbiamo visto – ti ricordi come eravamo agitate quando sei venuto a prenderci in stazione! – papà ha fatto tutto lui: ci ha abbracciate, è scoppiato a piangere, ci siamo nascosti il visto tra noi. Papà ha iniziato lui, come se sapesse già tutto: «Non fate niente, lasciate stare tutto: ricordatevi di questi anni come del regalo più bello che un padre possa fare alle figlie. Se riuscite, perdonate anche vostra madre: in carcere ho capito che l’odio genera solo odio. Non ritrattate, rischiereste voi, adesso. E’ andata come è andata». Non immaginavamo che la dignità di papà arrivasse fino a qui: noi l’abbiamo rovinato, lui ancora ci ama.
Stanotte, in carcere, è Natale. In questi giorni papà racconta spesso come ha vissuto i Natali in carcere: ancora soffre raccontandolo. Ancora si commuove ricordando il giorno in cui è uscito: «Pensavo al peggio, ma quando vi ho viste sotto la pensilina ho capito che era tutta un’altra storia». Papà, mentre ti sto scrivendo questa e-mail, sta facendo il lavoro dei sogni: il babysitter dei suoi nipotini. Adesso vive in un appartamentino vicino a me e a mia sorella: il passato non possiamo cancellarlo, chiedergli scusa, però, era il minimo che potevamo fare a quest’uomo che la giustizia ha condannato sulla base della nostra ingiustizia. Sai quando, da piccolo, ti chiedono quale sarebbe il Natale dei tuoi sogni? Eccolo qui. Porta il nostro grazie a tutti coloro che, in questi anni, nel carcere si sono presi cura di papà molto meglio di come l’abbiano fatto le sue due figlie.
La storia di casa nostra assomiglia ad una stalla. In questa stalla, però, stanotte c’è un uomo che tiene in braccio i suoi nipotini.
Vedendo queste cose, sto iniziando a credere nel tuo Dio, don Marco.
Quello che, quando è nato, è nato in una stalla: almeno così ci raccontavano a scuola.
Stasera andremo a messa assieme a papà. E’ il regalo che ci ha chiesto.
Buon Natale, don Marco: passate a trovarci!
Benedetta e Camilla
(immagine tratta da www.piacenzasera.it)
Una risposta
Storia da brivido ,ma anche di grandissimo spessore
Il babbo , credo termine minimo magnifico
Le figlie con umilta’si sono messe in un giudizio non facile
Smentire aberrante ingiustizia
Poi la csusa iniziale l’odio che acceca ,qui mi sento solo di dire
Che nostro Signore ci illumini prima che sia ttoppo tardi
Io x concludere posso solo aggiungere , nella mia gioventu’ sono
Stato “imbarazzante” in un occasione di paura x mia colpa ho chiesto la
Grazia 🙏 ringrazio e tanto , se siamo sinceri nel pentimento LUI ci ascolta
Buon fine anno 🌠