Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

suicida

Un colpo secco sullo zigomo sinistro. Pum!, così le ha sparato in volto. E così, per mano di Marco Turrin, è morta Alessandra Zorzin, una giovanissima mamma di 21 anni. Lui di Padova, lei di Vicenza: una matta mattanza in pieno e nervoso Nord-Est. «Uccidere è sempre uccidersi» scrisse Simon Weil. Infatti lui è morto appena dopo di lei: suicida, braccato da pattuglie della Polizia appostate dappertutto. Condannato dalla sua coscienza? Potrebb’essere: un suicidio, certe volte, resta l’immagine più sincera dell’autocritica. I giornali, queste morti, amano definirle femminicidi. Certuni parlano di “delitto passionale”. La passione, però, è vita e amore: che cosa c’è di passionale in un omicidio? Alessandra, dopo l’accaduto, ha taciuto. Hanno protestato altri, protestano gli altri, mezz’Italia. Ovviamente Abele è stato il primo a scoprire che le vittime assassinate non protestano, perchè non hanno nemmeno il tempo di farlo. Anche lui ha taciuto, dopo i fatti accaduti. Non ci si uccide per amore di una donna: questa è una lezione che sto apprendendo, a malincuore, nelle celle insanguinate della nostra galera. Ci si uccide per una cosa più tragica, per un’annunciazione di verità a se stessi: ci si uccide perchè quell’amore, qualunque amore, ci ha smascherati, spogliati. Quegli occhi, sui quali preme la mattanza di una pistola, sono occhi che devono scomparire: hanno acceso i fari sulla nostra nudità, miseria, inermità. Sul nostro nulla. Più che premeditati, sono forse solo improvvisati all’ultimo: «Uno che medita un assassinio, se può sfogarsi in tempo, alle volte non lo commette più» scrisse J. Steinbeck.
Morire, procurare la morte per amore? Ci sono moltissime cose per cui vale la pena vivere, forse un paio di cose per le quali varrebbe la pena il morire ma non ci sono motivi per cui valga la pena uccidere. Da lucidi, giù dalla giostra, tutto ci è chiarissimo: “Pochi di quelli che hanno ucciso, io tra questi, sono usciti di casa con il proposito di farlo – mi ha confidato uno dei nostri ragazzi, artefice unico di uno dei femminicidi più crudeli nella sua terra -. Poi ti trovi lì e, in un attimo, tutto il male accumulato in testa lo scarichi addosso a qualcuno. A qualcuna, nel mio caso”. Diagnosi spietata, firmata da chi si è sporcato le mani di rosso-sangue: in ognuno di noi – è duro ammetterlo – sorge di tanto in tanto il desiderio di uccidere, sebbene non la volontà di farlo. Siamo dei tutti potenziali assassini, siamo tutti potenziali vittime per mano assassina: certi delitti sono promemoria-indiretti. E’ una questione di logica: se la Scrittura Sacra, per bocca della Divinità, sul monte comanda: «Non uccidere», basta questo per capire che discendiamo da una serie lunghissima di generazioni di assassini che avevano nel sangue, come forse ancora noi, il piacere d’uccidere. Morta Alessandra, anche Marco, perchè quando s’ammazza una persona, se ne ammazzano due: quella, e se stessi. Requiescant in pace.
Il giorno dopo quest’orrida mattanza, ricevo un’email: «Ciao don Marco. Ieri notte ho raccolto dalla strada, e ricomposto, il ragazzo che ha ucciso l’amica a Valdimolino. Faccio il necroforo, non facile a volte (come lavoro)». Mai, prima di questa, avevo ricevuto parole simili, da un becchino di professione. Poi, però, smaschera tutta la sua nobiltà: «Voglio dirti che prima di chiudere il sacco, l’ho benedetto, con il segno della croce in fronte. Cristo, unico giudice». Ho avvertito i brividi, un po’ dappertutto. L’abitudine a raccogliere e ricomporre i morti, non gli ha impedito il gesto più sacerdotale che un cristiano possa firmare: un segno di croce, proprio sulla fronte di Caino. Chiude con po’ di sproporzione: «Grazie per la tua testimonianza. Ti abbraccio». Quale (mia) testimonianza? Quella di un prete che, in fronte ad una doppia-morte, se n’è rimasto a bocca asciutta? Non merita niente questo prete: lui, invece, ricomponendo quel corpo tumefatto, ha provato a rimettere in sesto l’anima dissestata. L’ho riletta, mi è parsa ancora più acuta. Un segno di croce, per chi crede è gestualità da pronto-soccorso, è ammissione d’incomprensione del male. Non rassegnazione al male: “Lascio fare a te, Dio. Qui è tutto buio. Buio pesto”. 

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