Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

19 anni:
pochi. O forse tanti. Agli occhi di Dio sono un mistero tutto da decifrare. In primis per l’uomo che, forte di sè, da
sempre cerca di scovare un senso alla vita senza Dio. Daniele Zen aveva 19
anni. E in quelle due cifre c’era una storia: i sogni di bambino cresciuto
all’ombra del campanile, la giovinezza e la tristezza, la spensieratezza e la
voglia di diventare grande, il rombo dei motori e il silenzio dei monti. C’era
tutto. O forse mancava qualcosa: nell’anima un urlo non riusciva a farsi spazio
e trovare voce nella confusione del mondo. Un urlo troppo forte in una storia
troppo giovane per reggerne l’urto quando è rimbalzato addosso. Se n’è andato
com’era arrivato: in punta di piedi. Ha semplicemente
tolto il disturbo. Ma l’impronta lasciata ci mette al muro.
La
giovinezza è fascino e paura. Paura perché non capiamo più a chi apparteniamo.
Forse la mia generazione s’incolla alla notte perché – insegna Jovanotti – "di notte le ragazze sono tutte belle".
Apparteniamo a noi stessi, senza la fatica di crescere. C’affascina di più la
sicurezza della schiavitù che il rischio della libertà. E’ vero che sfidiamo
gli adulti, ma poi abbiamo paura. Paura di non essere competitivi. Paura del
futuro, di non essere accettati dagli altri, del nostro charme, della nostra
capacità d’impatto nel mondo. E poi i problemi di crescita, di cuore… Ogni
giorno, in media, dieci di noi decidono di farla finita. Si tolgono la vita,
tolgono il disturbo. Dove sta lo sbaglio?
Adulti,
non sentitevi in colpa: semplicemente tornate a fare gli adulti! Trasmetteteci
la passione per la vita: il coltivare le amicizie, l’incontrare la gente.
Aiutateci a cambiare questo mondo, questa logica schifosa che è logica di
violenza, di guerra, di guadagno, di sopraffazione. Il mondo ha bisogno di
giovani critici, non di campioni dell’economia. Insegnateci ad essere anche
perdenti nella vita, a risalire le scarpate, a faticare: non delegate il tutto
alle pubblicità progresso.
La storia di
Daniele ci fa tremare.
I piedi di Mosè
erano stanchi, il volto di Abramo impaurito, Geremia aveva labbra tremanti,
Giona camminava barcollando, il cuore di Pietro è crollato, le amatissime donne
sotto la croce erano disperate. Ma al tramonto della vita li accomuna un
sorriso.
Non ci rimane che
una richiesta, Signore.
Se questo è il
tuo linguaggio, insegnaci a parlare

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