Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

cane da tartufo

Abituati com’erano al Battista, chissà quale uomo più grande di lui stavano immaginando di attendere i discepoli di Giovanni: «Ecco l’agnello di Dio!» Temo sia stato inenarrabile lo stupore apparso nei loro occhi: tra profezie, annunci e correzioni nessun popolo, al pari d’Israele, era mai stato così a lungo avvisato. L’attesa stava tutta nell’apparizione di un uomo-leone,un aizzatore di popoli, la veemenza fatta carne. Quando appare, invece, appare un agnello, con tutte le flessioni del caso: bambino, esule, diseredato, costretto ai margini. Un giorno accusato, condannato, crocifisso. Mica facile riconoscerlo per gente in attesa di grandi eventi. E’ Giovanni, il figlio del deserto – il deserto tira fuori il meglio e il peggio di ciascuno che vi entra –, a riconoscerlo: lo riconosce dalla debolezza, per lui è una sorta di annunciazione. Sulla sua pelle ha già appreso ciò che altri apprenderanno dopo di lui, anche grazie a lui: nel Gesù che meno brilla, d’ora innanzi vedranno brillare Gesù di più. Il Vangelo è tutto qui.
La specialità di Giovanni fu l’arte d’apparecchiare la tavola: seppe stare in mezzo alla gente perchè, prima, aveva saputo stare da solo nel deserto. Uscito, tenne a memoria la lezione: Dio ama travestirsi in ciò che non è Dio. Con un viaggiatore-in-borghese qual’è Dio, il modo migliore per trovarlo sarà cercarlo in ciò che subito pare profano. Il Battista sa bene che credere in Dio non significa allontanarsi dal mondo, bensì l’esatto contrario: immergersi amorevolmente nel mondo, dentro ciò che è inferno alla caccia di ciò che inferno non è. Alla caccia stessa di Dio: «Ecco (…) Toglie il peccato del mondo». In un rigo – lo stesso che il sacerdote ripete ogni giorno nell’eucaristia – sta nascosto un doppio-annuncio. Il verbo è al presente: toglie! Non è una faccenda-da-amarcord, una questione relegata nel passato; non è una promessa-da-marinaio, una di quelle da accreditarsi nel futuro. E’ oggi che la questione della salvezza fa breccia nella mia casa. Per togliere il peccato del mondo: un annuncio al singolare. Non sono i peccati, gesta luride che dicono la nostra misera natura. E’ infinitamente di più: toglie il peccato, strappa la radice stessa del peccare. Non sbrindella solamente il ciuffo di zizzania: ne estirpa le radici. Cavato il peccato, rimarranno i peccati, il colpo di coda del maligno: se ne andranno anche quelli, sono roba minore rispetto al peccato, come il frutto è materia minore rispetto all’albero.
Ancora un ingresso-dal-basso per Cristo: come a Nazareth, a Betlemme, al Giordano. Quasi volesse mostrarsi nascondendosi: date a Lui qualche giorno ancora e farà del nascondersi la più luminosa rivelazione del suo mistero. Ogni sua annunciazione sarà sempre questione di debolezza, di fiacca apparente. E’ per questo, forse, che Dio è sempre un incompreso, una sorta di viandante che nessuno pare riconoscere, un foresto a casa propria. Sembra che a Dio piaccia poco essere riconosciuto subito. Forse per insegnare, senza cattedra, che sarà impossibile arrivare a Lui senza gli altri, senza un Giovanni che ci presti il dito e la voce: «Ecco l’agnello di Dio (…) Egli è colui del quale ho detto». Non servirà affatto voler a tutti i costi cristianizzare il mondo: con il Natale il mondo è già stato cristianizzato, persino alle tenebre – che mai l’accoglieranno – è toccato fare i conti con Lui. Al discepolo spetterà tutt’altra faccenda: essere testimone di quella presenza. Andare per le strade – armati di catino e asciugatoio – a dire: “Eccolo qui. Guardate dov’era nascosto. Anche qui è passato!”. Dopo il Battista, è iniziata una sorta di caccia-al-tesoro: non più foglie in balìa di venti d’autunno, ma segnalatori del passaggio di Dio. Gente col Vangelo scritto in faccia.
Quando Cristo, in punta di piedi, gli passa accanto, il Battista Lo addita e si ritrae. La sua sarà, d’ora in avanti, una lenta sepoltura col sorriso riflesso sul volto: a null’altro è servita la sua vita che ad agganciare la storia, ch’è la somma delle storie, al Dio della discrezione. Insegnò agli amici ad essere-presenti: a non perdersi quell’attimo, l’istante del Mistero. Disposti a lasciarsi interrompere la strada: magari per imboccarne un’altra. Più affidabile.


In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,29-34)


 

Il Vangelo al femminile 
di Elettra Ferrigno

Eccolo, guardalo!

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Era il quindicesimo anno del regno di Tiberio e il deserto del Battista dava luce alla platea dei poveri, alla purità interiore, alla contrizione del cuore. Questo faceva il deserto del Giordano, il mare degli Ebrei: dava le spalle a tutto ciò che voleva entrare da Occidente con i suoi scampoli di piacere, di conoscenza, di potere. Perché questo fa un deserto, ancor oggi: volta le spalle a tutto ciò che non è buono, nè giusto. Giovanni il Battista era un eccentrico perché aveva posto il suo centro fuori di sè, nell’orizzonte mobile di dune sabbiose e nella brama di desideri profondi che gli fecero vedere ciò che altri non vedevano, e che gli fecero intercettare il Suo imminente arrivo. Solo era in mezzo agli uomini, come tutti quelli sui quali è scesa la Parola di Dio, che poi l’aveva mandato. Per questo viveva sbilanciato, nei modi e nei toni. La sua voce era insidiosa, aumentava in volume fino a diventare grido. Il Battista prendeva la parola, l’afferrava stretta e non se la faceva togliere. Saliva in piedi sulle cattedre dei farisei, interrompeva le arringhe giudaiche di certi famigerati dottori della Legge, serrava le fila dei suoi seguaci e scandiva sillabe a tamburo: «Co-n-ver-ti-te-vi!». Prendeva la parola e non la restituiva. Se la portava a spasso nel deserto, semmai. Fanno così i profeti, non sono schiavi di niente e di nessuno: cercano la giustizia e la verità e la testimoniano con la vita, in stile libero. E più gli intimavano di abbassare i toni, più lui alzava il volume. Ciò, a breve, gli procurerà la malattia professionale di cui soffrono tutti i profeti: il taglio della testa. Ma ora il Battista è lì, in Betania, al di là del Giordano: gli importa solo di battezzare. Egli non nega, confessa. Non nega di essere ciò che non è: non è il Cristo, nè Elia, nemmeno un profeta. Confessa: di aver battezzato Uno più grande di lui che sta lì, tra loro, ma che nessuno ri-conosce. In effetti non stava nè sopra le copertine dei giornali o nei 6×3 a bordo strada, e nessun “save the date” aveva annunciato il Suo arrivo come evento imperdibile. Giovanni se lo ritrova, invece, venire verso di lui. Ce l’ha, improvvisamente, accanto. Lo sguardo del Battista inceppato su quell’Uomo, il profilo del suo dito puntato verso di Lui furono la prima notizia certa della salvezza: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (liturgia della I^ settimana del Tempo Ordinario). Nessuna tentazione di vanagloria o di superbia colse il Battista impreparato: le lampade si spengono al sorgere del Sole, non ha senso lasciarle accese. Anche Abramo indicò al popolo, guidandolo, la Terra Promessa, ma poi morì sulla soglia, non vi entrò. Strane le logiche dei profeti di Dio: Giovanni non Lo aveva ancora ben compreso, e quando parlava di Lui alzava il volume. Ora che l’ha visto, lo abbassa di colpo. Aprirà la bocca solo per rispondere alle ultime domande e per spiegare cosa c’ha capito del Battesimo, poi la chiuderà per sempre. A gridare sarà la sua vita. La sua voce andrà a nascondersi dentro il passepartout di ogni testimone: «Non parlare di Dio a chi non te lo chiede, ma vivi in modo tale che, prima o poi, te lo chieda» (Francesco di Sales). Sulle rive del Giordano, assieme ad una folla colma di infermità, giace anche l’ultima notizia di Dio: Cristo Gesù. E’ Lui, in carne ed ossa. Scintilla di sudore in fronte, anziché di lustrini. La Sua figura si riflette sulla superficie del Giordano, quella superficie ch’era il soffitto di ogni profondità. Si confonde con altre figure che dentro al Giordano riflettevano, invece, ogni genere di peccato. S’immerge deciso in quelle acque, non per una sorta di giubileo privato, ma per spalancare il soffitto della cella ai prigionieri stesi sulla branda. Per solidarizzare con quelle parti intime e nefaste dell’uomo con le quali l’uomo stesso non è solidale. «Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua debolezza. Egli guadagna potenza e spazio nel mondo attraverso la sua impotenza» (D. Bonhoeffer): perciò s’è impregnato completamente di quelle acque, per portare su di se il peccato, ch’è poi la morte del cuore dentro al corpo vivo. Nel nome della mitezza, della mansuetudine e del servizio. Amen! Per questo scandalo di tenerezza, Giovanni reputò opportuno riaprire le virgolette, ciò che ha visto coi suoi occhi testimonierà e annuncerà, non una parola di più: chi usa dieci parole quando ne bastano nove, è capace di qualsiasi delitto: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui (…)Questi è il Figlio di Dio». La stessa colomba che annunciava la fine del diluvio, discende per annunciare la fine di ogni esilio. Alza il capo, la liberazione non è vicina, è proprio lì, ad un passo da te. E’ sulle mani del sacerdote che lo innalza sull’altare perché tu lo possa guardare: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». «Signore, io non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato!»

Dilla questa parola, Signore. Giovanni il Battista l’aveva capito che l’ultima parola dev’essere la Tua!

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