Nell’immaginario collettivo, anche nella memoria del crimine cittadino, era uno di quei lupi cattivi e pericolosi in prossimità dei quali “si consiglia vivamente di non avvicinarsi”. Per quindici anni, invece, noi l’abbiamo frequentato il lupo-Enrico: è stato lui, all’inizio della nostra avventura in galera, uno di quelli che ci ha aperto le porte del branco come si aprirebbe la porte di casa: presentandoci al branco, insegnandoci la lingua del branco, mostrandoci l’anima naif del lupo. «Anche il lupo ha un cuore: se ti avvicini, ha da raccontarti una storia da mille e una notte» diceva. Lupi come lui, all’inizio, spaventavano: a nessun agnello, se chiedi, passerà per la testa di frequentare un lupo. È follia, per l’agnello, parlare di pace con un lupo. Ogni agnello trema quando il lupo mostra i denti. Niente da fare, però: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Questo, nelle galere, è il mandato missionario, senza che nessuno ti metta la crocetta di legno al collo: la croce, la troverai decuplicata e insanguinata ai crocicchi di storie che diventeranno il «nostro pane quotidiano». E che, nelle notti luride del crimine, illumineranno il Vangelo a giorno: a chi sfida il buon senso di avvicinarsi al lupo, verrà concessa la visione gratuita di lune inaspettate. Nella vita di chi l’ha avvicinato col cuore invece che col bazooka, lupo-Enrico ha regalato la visione di lune che nessuno aveva mai visto. Che tanti avevano giurato non esistessero. Che non valessero la candela.
Enrico aveva uno strano rapporto con le porte: di casa, delle banche, delle oreficerie, dei luoghi di culto e di quelli d’economia. A fregarlo, incattivendolo, sono state quelle grigie e automatiche della galera: oltre trent’anni passati nelle gattabuie d’Italia, a pagare il prezzo d’una libertà giocata come il cuore comandava. A fregarlo, ammansendolo, è stata l’unica porta trovata aperta, senza bisogno di scasso: «Stavolta mi hanno fregato: non so se tornerò mai più quello di prima». Nella malattia, tutto un mondo gli ha fatto trovare la porta di casa aperta: chiavi in mano, fiducia cieca, amore a prima vista. «Quanto bella è la storia del lupo di Gubbio?» mi diceva. Fu così che, alla scuola di Enrico, che frate Francesco quella volta avesse addomesticato il lupo mi apparve soltanto il cinquanta per cento dell’impresa. All’altro cinquanta, senza Enrico, non mi sarei mai azzardato di spingermi: il fatto che, col lupo per mano, frate Francesco abbia bussato alle porte di Gubbio per annunciare loro la lieta novella: “Fidatevi, fratelli e sorelle: il lupo non farà più paura”. Quando si sparse voce che il lupo morì, a Gubbio «li cittadini molto si dolsono» si legge nei Fioretti. Per due anni il lupo entrava «dimesticamente per la case a uscio a uscio, senza far male a persona, senza esserne fatto a lui, nutricato cortesemente dalla gente e nessuno cane gli abbaiava dietro». La storia di lupo-Enrico è tutta qui: visse per otto anni in canonica, dentro e fuori le case, senza che cane abbaiasse dietro.
La sfida, conti alla mano, il mondo dice l’abbiamo perduta: un figlio che rientra in carcere è una sberla che fa male. In realtà non l’abbiamo persa. E’ che dell’uomo, forse, non si potrà pretendere di salvare tutto: accettare di salvare delle macchie nella sua storia è stata la bellissima lezione appresa alla sua scuola. «La chiesa mi è stata mamma» disse un giorno parlando della parrocchia ch’era diventata casa sua. Senza saperlo, fu ripasso di teologia: la Chiesa è madre. Ed essere madre è mettercela tutta sapendo che, alla fine, a fare di te una madre indimenticabile sarà il fatto d’aver accettato di dipendere dalla libertà dei figli. Di far dipendere il tuo destino dalle loro gesta, qualunque esse siano. Il lupo-Enrico, per morire, ha scelto di ritornare nella foresta della galera, come le cerve salgono in quota per esalare l’ultimo respiro. E’ legge del branco: l’amore ti insegnerà a riconoscere i lupi cattivi, non ad evitare di subirne il fascino. Che Cappuccetto Rosso avesse una storia da narrarmi me l’ha insegnato nonna, da piccolo. Che anche il lupo ne avesse una, altrettanto avventurosa, me lo stanno insegnando Enrico e i suoi fratelli lupi.
Storia che, qualunque sia il finale, varrà sempre la pena di stare seduti ad ascoltare. Con l’ascolto di cui era capace Enrico.