Il Demonio è un genio: «Anche Satana ha i suoi miracoli» scrisse Calvino. Il più magnificente dei quali resta quello di viaggiare sotto traccia, travestirsi da dolcezza, infilarsi tra le crune della storia leccandosi i baffi, come nonna leccava il filo per infilarlo nell’ago. Più che con la prestanza di un pachiderma, snerva il mondo con l’invisibilità di un tarlo: manco t’accorgi del tarlo ma, a lasciarlo fare, ti svuoterà il tavolo di ciliegio massiccio. Della sua più grande impresa compiuta – il peccato originale – stiamo ancora pagando le rate: “Siete sicuri che le cose stiano così come dite? – insinuò, come un tarlo, nell’Eden – Dio vi ha proibito di mangiare dell’albero perchè, qualora ne mangiaste, diventereste come Lui. È geloso della vostra felicità”. Aver fatto di Dio un concorrente della felicità è stata la sua più grande nefandezza, la sua più grande conquista. D’allora, siamo tutti a rischio infiltrazione. Brutto da dire ma, essendo discendenti di Adamo ed Eva, ne abbiam ereditato non soltanto i crediti ma anche i debiti: il debito di rischiare di pensare Dio (invece che Satana) come il grande rivale della nostra felicità umana. Infangando la storia d’amore di papà Adamo e mamma Eva, il demonio ha gettato fango nel cuore, ha gettato nel fango il cuore: «Rinunciate a Satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni?» ci si sente domandare nel giorno del battesimo. Il peccato è il gancio che Satana ha installato dentro il cuore per tenersi l’uomo al guinzaglio. L’esortazione a rinunciare alle sue seduzioni non è così tanto per dire, ma perchè «non dovresti mai lottare con un maiale, perchè un maiale nel fango si diverte» (C. Munger). Nel fango del peccato, Satana ride.
L’eccezione è femmina: la storia di Maria, nella sfida di Satana, accende la spia rossa di un’anomalia, come nel cruscotto dell’auto. Lo s’impara da bambini, nel latino maccheronico di nonna decantato nelle sere di maggio, al canto delle litanie del rosario: «Maria sine labe originali concepta» (“Maria concepita senza peccato originale”). Che il buon Dio l’abbia preservata dal peccato originale, è la cosa che più rode al demonio: non avendo potuto installare dentro lei il gancio del peccato, non ha punti di presa nel suo gioco di mettere tutti contro Dio. Lei è l’unica ch’è riuscita a sfuggire a questa alterazione della macchina del cuore. E Satana, contro di lei, non ama affatto guerreggiare: la Donna, quando la misura è colma, sa sbugiardarlo al punto tale da farlo arrossire di vergogna: come a La Salette, a Fatima, a Lourdes, Guadalupe. Ogni volta lo ripete: “Ritornate da mio Figlio, vi sta aspettando. Non date retta al maiale”. Lui, come araba fenice della colpa, dopo ogni legnata sembra tornare ancor più signorile: “E’ maleducazione rifiutare quando ti offrono di fare un peccato”. L’uomo, cuore di burro, a pensare che, quasi quasi, non abbia tutti i torti: “Certi peccati sono così belli che sarebbe un peccato non peccare”. Poi, però, nel fango non si riuscirà a spuntarla con un professionista come lui. Che tiene in mano un manico, la menzogna, capace di adattarsi ad ogni utensile che si usa per cercare il giusto nei posti più sbagliati.
Che Maria sia assunta in cielo in anima e corpo è la cosa che più morde il fegato di Satana: gli è scappato il pezzo grosso, l’unica capace di ribaltargli una partita al novantaquattresimo. La odia, non la regge, lo terrorizza, se potesse ne cancellerebbe la minima traccia. Dio, invece, in punto di morte duplicò il livore del demonio: non volle che toccasse in sorte la morte – «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24) – a Colei che mai, in vita, ha visto in Dio il concorrente della felicità. L’Assunzione di Maria è solennità che irrita e incoraggia. Irrita perchè anche noi potremmo esser come lei, se meno allocchi con le fandonie di Satana. Consola perchè lei mai si vanterà di tale grazia ma sempre la giocherà a favore dei figli. Sapere che mia Madre ce l’ha fatta, è credere che se la invoco sarà orgogliosa di intercedere a mio favore: «Maria sine labe originali concepta (ora pro nobis)».
(da Il Sussidiario, 15 agosto 2025)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua (Vangelo di Luca 1,39-56).

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