Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

seguimi

Quel giorno la corrente cambiò improvvisa la direzione, da pescatori divennero pescati. Cosicché dal pastore dell’Antico Testamento appare il pescatore del Nuovo Testamento: dalle alture ai laghi, dagli armenti alle scialuppe, dalla vertigine dei monti all’imprevedibilità del mare. Eccoli, sono Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: riparatori di reti, uomini con le dita forate dagli uncini, incallite, bruciate dal sole: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1.14-20). Nati per buttare la rete in mare e aspettare che la corrente si decida di riempirla di pesci, quel primo mattino videro rigirarsi i loro sogni di uomini, di mercanti e di venditori di Palestina. Nulla sarà più come prima, nemmeno dei garzoni e dell’incredulo padre Zebedeo riusciranno a trattenere i lineamenti. Pronti via: “e subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Sembra strano che uomini esperti di pesca come loro, abituati a sentir gracchiare il mare e le sue onde, senza esitazione alcuna abbandonino famiglie, case, barche, affetti per seguire un Volto fino ad allora sconosciuto. Eppure dopodomani, qualche riga del Vangelo più oltre, scopriremo che quell’Uomo è fatto così: imprevedibile come gli amanti e azzardato come le anime appassionate, temerario e amabile, lungimirante e strenuo difensore della quotidianità mai banale.
Seguirlo non sarà cosa facile: sulle rive di un lago, prossimi alla scrivania di un ufficio, rinchiusi dietro il bancone di un bar. Non ci sarà posto in cui l’occhio di quell’Uomo non riuscirà a scandagliare sguardi di uomini e donne pronti all’attacco in nome dell’Amore. Non sarà facile, ma se per chi ha fede – su promessa più volte dimostratasi credibile – spostare le montagne sarà un gioco da principianti, potranno pure riempire le reti. Basterà non rimanere immobili a fissare la nuvole e grattarsi il ventre: occorrerà uscire dalla propria terra, fare i conti con altri mari, con altre reti, con altri scogli senza rimpiangere la tranquillità del quotidiano e delle sicurezze acquisite. Non c’è addestramento in quest’unico miracolo ancor oggi al vaglio degli specialisti (quello della sequela, ndr): l’unica richiesta da firmare è quella dello sbaraglio più nero. Dentro il quale troveranno il segreto per non soccombere alla furia di nessun vento impetuoso che si scaglierà nelle loro fragili vite di uomini e di donne. “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”. Non aspettare domani o dopodomani, perché è oggi il tempo favorevole, il tempo dell’uomo e dei suoi sogni. Non aspettare domani di accarezzare volti e di stringere le mani, di sederti e guardare in faccia la vita, di pensare e di immaginare. Di vedere crescere quel bambino, di contemplare l’esplosione di quel sogno, l’avvento di quella buon notizia. Non aspettare domani di piangere ed emozionarti, di ridere e di sorridere, di scrutare l’alba sorgere nel buio della notte. Non sarà domani e non saranno nemmeno loro – pescatori apprendisti da un Figlio di falegname esperto pure di pesca – a decretare chi sarà salvo o condannato. Loro semineranno oggi e lo faranno con strenua applicazione domani e dopodomani. Loro semineranno, un Altro raccoglierà. Eppure la loro gioia – che a qualcuno richiederà la Croce – sarà quella d’aver corrisposto all’unico imperativo che non è un comando, bensì un’incredibile iniezione di fiducia: “Seguimi”. Seguimi e basta: il resto sarà affare della strada.

“Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì” (Mt 9,9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili (Omelie di San Beda il Venerabile, Om. 21; CCL 122, 149-151).

Ognuno con la propria merce, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie reliquie in tasca: un sasso raccolto sulla riva, il fermaglio della donna amata, il coccio di una pentola in cui un tempo la madre faceva bollire le rape. O forse un rametto d’ulivo di un particolare orto, un pezzo di pane di una cena speciale, una piuma di un gallo, una spina appuntita di rovo, un pezzo di marmo di una tomba vuota.
Ognuno con la sua storia: è questa la Buona Notizia del Vangelo.

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