Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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«Chi l’avrebbe detto che sarei arrivato a sessant’anni?». Estraniata dal suo contesto, è difficile comprendere quanto questa semplice e spontanea riflessione – fatta scivolare a fior di labbra, in occasione del proprio compleanno, quale ringraziamento, in risposta ad un augurio ricevuto – possa essere impregnata di ottimismo e gratitudine,.
Quando il mostro del cancro fa capolino, nulla è più scontato: o ti prende la depressione e ti lasci andare, oppure ti fai sorprendere dallo stupore beato dei bambini. Non esistono vie di mezzo!
Guerrieri. Questo è l’appellativo che ricevono coloro che sono chiamati a combattere la malattia, per amore della Vita. Guerrieri, a tutte le età: “piccoli guerrieri”, se si tratta di bambini, a cui, fin dalla più tenera età, la vita chiede di mettere in campo tenacia e forza di volontà, per non soccombere sotto il peso della sofferenza. “Guerrieri indomiti”, se la malattia bussa alla porta di un uomo non più giovane, al quale, forse, è chiesto un surplus d’audacia per non accontentarsi degli anni alle spalle, ma grattare con le unghie e coi denti, ogni attimo di più regalato dalla vita, quale preziosa condivisione degli affetti più cari.

Dall’uso che se ne fa, è pur vero che è forte il rischio è che la parola “guerriero” risulti addirittura logora ed abusata, come un indumento ormai liso dal tempo e dall’utilizzo senza posa. Tuttavia, in realtà, ben descrive coloro che scelgono di “sperare contro ogni speranza”, come padre Abramo (padre della fede per gli ebrei, ma padre della fede di chiunque decida di affrontare a viso aperto le sfide della vita, in virtù del compiersi di una promessa, anche quando questa non pare di immediata realizzazione).
Speranza che “Il meglio deve ancora venire” (Ligabue) e che la vita, nonostante tutto, è bella “così com’è” (Life is beautiful that way, come canta l’israeliana Noa, su testo di Noa e Gil Dor, con musica composta da Nicola Piovano). C’è una forza della vita, che preme, alle vene dei polsi, proprio quando sembra ormai svanita ogni ragionevole speranza, ogni pensiero, cioè basato unicamente sulla logica e sulla statistica. Quando il pensiero razionale porterebbe ad arrendersi, qualcosa può spingere a guardare oltre, concependo l’inconcepibile, dando spazio alle ipotesi meno probabili, ma non ancora impossibili.
Non c’è bisogno di essere cristiani, per aggrapparsi alla bellezza fragile di una vita in bilico. A volte, anzi, proprio nuova condizione aiuta, persino chi non crede, a riscoprire la bellezza delle cose semplici a cui non aveva saputo, in precedenza, assegnare un valore adeguato, poiché ormai assuefatto alla bellezza di ciò che era sempre stato presente. Tuttavia, il cristiano può trovare consolanti le parole di S. Paolo «Quando sono debole, è allora che sono forte», memoriale di una presenza di Dio costante nel tempo, soprattutto quando le forze fisiche vengono meno, e suggerimento che, alle volte, proprio il momento della sofferenza può rivelarsi il tempo propizio che aiuta a percepire l’avvento di Dio, tra le pieghe più recondite (e magari meno “nobili”) dell’esistenza.
La vita è adesso (C. Baglioni): neanche per un cristiano, che pur crede nell’aldilà e che vi è proteso con serena attesa, è possibile rinunciare all’aldiqua. Perché il Paradiso comincia in terra e il Regno di Dio è un work in progress (lavoro in corso di svolgimento) a cui siamo chiamati a partecipare, qui ed ora, e nessuna promessa sul futuro può ritenersi alibi necessario a farci abdicare ad una vita in pienezza in ogni attimo di questa nostra avventura.
No, la sofferenza non è da ricercarsi, quasi che, senza di essa, non sia possibile una vera vita. Tuttavia, è pur vero che accoglierla con fortezza, come un’opportunità ed un’occasione propizia per assaporare a pieno il gusto della vita, “così com’è”, può diventare un momento di arricchimento, per sé e per chi sta intorno: come «un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52), il momento più buio diventa occasione di mettere a frutto l’esperienza maturata, affilare le armi migliori e cercare motivi di gioia che possano accendere una luce, invece che maledire l’oscurità (proverbio cinese).
Anche ai nostri giorni, ci sono dei guerrieri. Non indossano armatura, né cotta di maglia. Non hanno scudo, né lance, né frecce.
Eppure, sono accanto a noi, lottano per noi e, se lo vogliamo, insieme con noi!

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