Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
tramonto

Come un colpo d’ali, nell’ora che meno t’aspetti. Era già capitato a due viandanti tristi e sfiduciati molti anni fa: lungo la strada che da Gerusalemme s’inanellava verso Emmaus (Lc 24), borgata sperduta della terra di Palestina, due camminatori sfiduciati, mentre il sole tramontava, si rimbalzavano la malinconia di un sogno andato perduto. Poi, tra mestizia e desolazione, i passi di un Viandante che condivise con loro un tratto di strada per riaccendere in loro la primavera di un mattino tutto nuovo. Anche mercoledì sera le lancette segnavano più o meno l’ora di Emmaus; e sulle rotaie polverose di questo vecchio treno di periferia chiamata Chiesa i passeggeri contavano polvere e fatica, assedio e difesa, cancrena e ruggine. Si era nell’ora che il sole tramonta e riaffiorano vecchi ricordi; l’ora in cui si è soliti usare il tempo imperfetto delle azioni compiute, l’anticipo di notte che prelude alla stanchezza delle membra. Laggiù, appena dietro il cupolone, nascosti tra gli affreschi di Michelangelo e l’inaudito dell’Eterno, un pugno di uomini teneva il compito di riconoscere l’uomo su cui lo Spirito poggiava l’ardito compito di guidare la Chiesa. Nella piazza un popolo festante e orante, in attesa e contemplazione, un popolo ad un passo dal possibile di Dio. Troppi sogni s’erano infranti, troppa stanchezza sul volto del nuovo popolo d’Israele, troppe chiacchiere a confondere il sottile mormorio della voce divina. E là in mezzo, tra canti e preghiere, un popolo instancabilmente in cammino. Nonostante tutto.
Pochi attimi e il capolavoro è servito. Il genio di Michelangelo ha lasciato il posto alla mano artistica dello Spirito, le volte della Sistina hanno contemplato gli sghiribizzi umoristici di Dio, l’austero latino ha ceduto il posto allo stupore dell’Eterno. Anche nella Scrittura succede sempre così: lo pensi sconfitto lo Spirito, poi Lui scatta in contropiede e ti ribalta la partita. E riaccende i sogni. L’umile vociare della gente l’ha tradotto in un proverbio: “in conclave si entra Papa e si esce Cardinale!” E stavolta lo Spirito ha premiato l’umile sapienza contadina: senza registro né alfabeto, ha bocciato le previsioni e i calcoli – sempre basati su logiche troppo umane per essere specchio dell’Aldilà – e s’è ripreso in mano la storia. Come ieri, come l’altro ieri, come dopodomani: perché la storia è sempre e solo dell’Autore della Vita. Forse l’avevano nascosto – o forse s’era nascosto – ma Lui non l’aveva dimenticato: con la veste odorosa di polvere e cartoni, con la croce di ferro e la tonaca ricucita, con lo sguardo povero e la parola semplice, con il biglietto della metropolitana in tasca e le mani sporche di detersivo. Un uomo scovato “quasi alla fine del mondo”.
Gettato nella mischia, come padre di un popolo trepidante. Lo chiameranno Francesco: nell’austerità di quelle poche sillabe, il cuore in festa di un popolo, quello cristiano, sempre dato per perdente, eppure sempre capace di stupirsi e di ripartire. Il tempo di uno sguardo, lo spazio di una sorpresa, il sospetto di una primavera: è bastato un minuto per contemplare il capolavoro che nemmeno a Michelangelo riuscì: trasformare un quadro a tinte fosche in una primavera sgargiante. Ci sono sere che somigliano a serenate d’amore, squarci d’azzurro che parlano di primavere in arrivo, battiti del cuore che accendono passi di gioia. Da Emmaus fecero ritorno di corsa a Betlemme, nonostante la stanchezza e l’ora tarda. Da Piazza San Pietro l’altra sera più di qualcuno, seppur stanco e sfiduciato, è rincasato col cuore in festa. Sono le sere più belle, quelle nelle quali avverti la percezione che vale una vita intera di martirio: che lo Spirito Santo è ancora il timoniere fidato della Chiesa. L’unico guerriero capace di chiudere Satana fuori dalla Cappella Sistina. E deriderlo.

(da Il Mattino di Padova, 17 marzo 2013)

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