Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

CimbraIl futuro sarà un ritorno: è un’indicazione, un invito, la più dolce delle profezie possibili. Si tornerà alle sorgenti delle acque, ai confini delle terre, alla radice di ciò che non smarrirà mai la parola. Ci siamo quasi: basterà serbare le memoria dello spazio nel quale siamo nati, per ritrovare la freschezza dell’intuizione, della previsione, del cuore. Vivere sarà per davvero un affare di cuore e, forse, qualcuno tornerà a rispondere – circa il luogo dal quale arriva – come amava rispondere quel vecchio cantore delle cose elementari che fu Antoine de Saint-Exupéry: «Sono del paese delle mia infanzia». L’infanzia: terra di memoria, grembo dei segreti, casato di tradizioni. Dimenticarla è perire.
Come la tradizione cimbra, che nei giorni di Vinitaly, a Verona, ha visto accendersi le luci su di lei grazie alla perspicacia di Manuele Dal Sasso e Stefano Bassan, due ragazzi vicentini, che hanno vinto il Premio Golosario di Sol&Agrifood 2015. Un barista e un architetto (poco più di sessant’anni in due) accomunati dalla passione per la birra artigianale. Una passione che diventa mestiere: non c’è nulla di più attraente di un uomo che sia felice del suo mestiere. Finirà per fondersi con esso, tanto da diventare un tutt’uno. Partono controvento e senz’olio, la postazione migliore per giocare in rimonta: «Avevamo un hobby e, da soli, abbiamo messo a punto una ricetta. Forti della nostra sfrontatezza giovanile, abbiamo cercato un birrificio che la producesse come volevamo noi». Mica basta loro un birrificio qualsiasi: vogliono essere loro a dare forma al sogno, non altri. La caparbietà di chi ci crede. In Italia non sfondano, amen: «L’abbiamo scovato in Carinzia, a Hirt (sulla vecchia strada che univa Vienna a Venezia): lì c’era una famiglia di mastri birrai che lavorava ininterrottamente dal 1200». Sfrontati e giovani, si presentano con una ricetta che è già una garanzia di serietà. Non tentano l’avventura, si fanno trovare pronti. E la Carinzia dà loro fiducia: «Ci siamo presentati dicendo che non avevamo risorse ma una buona idea. Da lì è cominciato tutto». Senza giacca né cravatta, ma con un’idea: la migliore delle soluzioni in tasca. E’ la vecchia storia di chi è arrivato con una valigia, tirata per lo spago, e ha conquistato una terra. Di chi, povero, s’è scoperto padre ricco di una buona idea. Di chi, partito in penultima posizione, s’è reso capace di una splendida rimonta. Alla faccia.
Hanno scelto la cultura cimbra: questione d’affetto e di fiuto, roba da fini intenditori. Radici che si aprono al mondo: passato e futuro, memoria e spavalderia. Perchè scegliere una lingua quasi incomprensibile e abbinarla al sapore di ciò che ha gusto, è entusiasmo e follia: «Non avremmo mai creduto che il prodotto piacesse così tanto». A tutti i geni, nell’attimo delle loro scoperte, sembrò di non aver firmato nulla d’eccezionale. Eppure funziona così, dall’inizio della storia: il futuro appartiene a coloro che sanno intravedere delle novità prima che diventino cose ovvie. Geniale è saper leggere, dentro ciò che tanti tacciano d’essere vecchio e sorpassato, il segreto per conquistare il futuro. Per creare cultura deliziando il palato: «Questo progetto – concludono i due giovani come se stessero dicendo la cosa più ovvia del mondo – ci dà l’opportunità di rinnovare l’attenzione per la lingua e la cultura cimbra, in via d’estinzione». Come dire: non è solo birra da vendere, è una tradizione da diffondere. E’ assaporare una birra e gustare la memoria dei bassifondi dai quali arriva. Questa è la storia di due pendolari. Ogni venti giorni si macinano 1200 km di viaggio, dall’Altopiano a Hirt: imprenditori di se stessi. Non è follia, nemmeno arditezza facile a spegnersi: sono 700mila bottiglie di birra all’anno che vanno a ruba. Il segreto è non farsi trovare nei grandi magazzini ma solo nelle piccole botteghe: quelle che fecero fiorire la storia dei paesi.
Proprio come una volta. Come i loro padri: scarpe grosse e cervello fino.

(da L’Altopiano, 27 marzo 2015)

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