Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Scick!… Scrack!…
È tempo di foglie autunnali! Foglie croccanti sotto i piedi. Croccanti e multicolori, dal giallo all’arancio al marrone, una tavolozza di sfumature dai toni caldi ed accesi. Foglie danzanti nell’aria, volteggiano al vento, che spettina le chiome degli alberi e le rende sempre più rade con il passare dei giorni.
Qualcuno dei lettori, magari proprio tu in questo momento, sbufferà, imbronciandosi un po’. Autunno vuol dire arrivederci a ore di luce, tanti saluti a quel vestitino leggero che sfidava il caldo estivo, ciao ciao alla comodità di vestirsi in un attimo. Vuol dire benvenuta alla prima nebbiolina, bentornata abitudine ad abbigliarsi a strati, eccoti di nuovo, ora del tramonto che arrivi sempre più presto.
Le attività umane ripartono, dopo la stagione delle vacanze, con la consueta frenesia che ci contraddistingue. Corri di qua, corri di là, non tardare al lavoro, concilia una montagna di impegni tutti contemporaneamente… si possono mica rifare le ferie, che io non le ho tanto capite? Noi bipedi torniamo ad affannarci ogni giorno e la natura, invece, rallenta i propri ritmi, quasi a voler fare da contrappeso. Stende ai nostri piedi, che vanno sempre di fretta, uno scrocchiante tappeto multicolore: solo i bambini troveranno il tempo di zigzagare qua e là, per far crepitare le foglie?
Sii attivo, fai tante cose… sii multitasking, ci suggeriscono i guru del successo personale, altrimenti non riuscirai a stare al passo con tutti gli altri.
Rallenta un po’, lascia andare il superfluo, non avere paura del tempo che passa e cambia il mondo intorno a te, ci suggerisce invece l’Autunno. Il vento più in alto gioca tra le fronde, s’insinua tra foglia e foglia, le invita a danzare con lui. Tre giri di valzer, una mazurka, un paio di capriole. Non chiamiamola resa, è l’ultimo ballo prima di toccare il suolo. In quale altra stagione c’è una tale poesia?
Lasciar andare e lasciarsi andare. Se l’albero opponesse resistenza all’Autunno all’arrivo dell’Inverno avrebbe sprecato inutilmente le proprie energie, si troverebbe impreparato all’abbraccio del freddo. L’esito potrebbe essergli fatale e per lui potrebbe non esserci Primavera che lo risvegli con i suoi primi caldi raggi. Cosa possiamo imparare da questa lezione? A lasciar andare e lasciarci andare. Lasciar andare quel che è diventato zavorra per il nostro viaggio e per i nostri progetti e che magari invece teniamo lì giusto per abitudine, ad impolverarsi in un angolino. Imparare a riconoscere tutto quello che ci trascina a fondo e ci impedisce la navigazione: l’àncora va issata, una volta spiegate le vele. Tante volte – troppe – ci viene detto “tieni duro! Non mollare!”, ma non sempre è la strategia migliore. Ci sono momenti in cui, invece, dovremmo imparare a “tenere morbido”, proprio come fanno le foglie di questa stagione, screziate di marrone ed arancio.
Non si può sempre nuotare contro corrente con ostinazione, a volte è necessario lasciarsi trasportare da essa: solo così avremo forze sufficienti per guadagnare la riva su cui volevamo approdare. Non si può sempre essere “come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti” (Dante, Purgatorio, Canto V), talora andiamo bene anche se ondeggiamo come giunchi al ritmo delle folate.
Non siamo infallibili, non siamo di materiale indistruttibile. Al contrario, la nostra è fragilità ricamata qua e là con punti di tenacia, asole di sopportazione, incroci di eroismo. Prendiamocene cura.

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista. Filosofa per passione, biblista per spirito d’avventura, insegnante per vocazione e professione. Giunta alla fine del liceo classico gli studi universitari le si pongono davanti con un bel dilemma: scegliere filosofia o teologia? La valutazione è ardua, s’incammina lungo la via degli studi filosofici ma la passione per la teologia e la Sacra Scrittura continua ad ardere nel petto e non vuole sopirsi per niente al mondo. Così, fatto trenta, facciamo trentuno! e per il Magistero in Scienze Religiose sfida le nebbie padane delle lezioni serali: nulla pesa, quel sentiero le sembra il paese dei balocchi e la realizzazione di un sogno nel cassetto. Il traguardo, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, perché nel frattempo la città eterna ha levato il suo richiamo, simile a quello delle sirene di omerica memoria. Che fare, seguire l’esempio di Ulisse e navigare in sicurezza o mollare gli ormeggi e veleggiare verso un futuro incerto? L’invito del Maestro a prendere il largo è troppo forte e troppo bello per essere inascoltato, così fa fagotto e parte allo sbaraglio, una scommessa che poteva sembrare già persa in partenza. Nei primi mesi di permanenza nella capitale il Pontificio Istituto Biblico sembra occhieggiarla burbero, severo nei suoi ritmi di studio pazzo e disperatissimo. Ci sono stati scogli improvvisi, tempeste ciclopiche, tentazioni di cambiare rotta per ritornare alla sicurezza del suolo natio. Ma la bilancia della vita le ha riservato sull’altro piatto, quello più pesante, una strada costruita passo dopo passo ed un lavoro come insegnante di religione nella diocesi di Roma. L’approdo, più che un porto sicuro, le piace interpretarlo come un nuovo trampolino di lancio, perché ama pensare che è sempre tempo per imparare cose nuove.

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