Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
pettegolezzo1

Nel paese piccolo – sia esso un borgo sperduto d’Italia o della Palestina dei tempi del Nazareno – la gente mormora: è una legge che non risparmia nessuno, nemmeno il Cristo dei Vangeli. Sulla strada che porta dritto a Cesarea di Filippo, è come un dardo infuocato la domanda sferrata a bruciapelo a quella ciurma di coraggiosi che da anni ne battono le tracce: “Le folle, chi dicono che io sia?” (liturgia della XII^ domenica del tempo ordinario). Cosa può importare a Gesù quel che dicono di lui gli uomini del borgo e quelli del lago? A lui, tra l’altro, che solo aveva il potere di leggere i segreti più reconditi e dare voce alla semplice striatura di uno sguardo, come domenica scorsa a casa di Simone il fariseo. Difatti Gesù non interroga per sapere ma perchè chi lo sta seguendo sappia – ora che stiamo andando verso Gerusalemme, verso il compimento di un’avventura tanto esigente quanto salutare – chi Egli è veramente. A domanda, risposta: “(alcuni dicono che tu sia) Giovanni Battista, altri dicono Elia, altri uno degli antichi profeti che è risorto”. E lui tace: cosa possono premere a lui queste grossolane espressioni della gente estranea? La definizione che cerca è la loro: dalla loro conoscenza attingeranno i popoli, come ad una fontana di villaggio, il racconto della sua Presenza. Il suo era un nome che non poteva uscire da nessuno che non fosse loro, frammenti di umanità sedotta: sulla riva mattutina di un lago o sul calar del sole al banco delle imposte non conta poi tanto. Lui cerca la confessione d’amore più cristallina: “ma voi, chi dite che io sia?” Se falliscono loro, tutto si complica.
Non serve tempo, le parole quasi erompono da quei cuori infuocati d’amore; forse nemmeno l’attimo di vagliarle al lume della ragione, di scomporle per valutarne l’esattezza della grammatica. No, sono parole che di getto salgono dritte dal cuore. Dal cuore di Pietro, di quel pescatore del quale nemmeno lui si sarebbe creduto un giorno capace: “(Tu sei) il Cristo di Dio”. Sessanta – e oltre – generazioni di folle hanno attinto a questa confessione: il primo a seguirlo, il primo a riconoscerlo, il primo a tradirlo, il primo a pagare lo scotto del mattino di Pasqua. Pietro è il primo a riconoscere in quel viandante – che un giorno accrediterà loro la possibilità estrema di andarsene dalla sua presenza – l’eternità che abita nelle sue parole. Verrebbe da chiedere: “e fino a quel giorno, Pietro? Nessuno ne aveva riconosciuto l’eternità della sua presenza?” Chissà, forse no: chi poteva pensare che da un plebeo come loro, operaio come mille altri, semplice tra i semplici potesse venire la soluzione di quella sfida che aveva animato i profeti, fatto contorcere intere generazioni, reso miopi i vecchi esploratori cercando di anticiparne il suo volto? Lui è Cristo, il Figlio d’Iddio; e l’altro sarà Pietro La Roccia. Una domanda, due risposte.
Una Chiesa con dodici cittadini, che poi diverranno una moltitudine lambendo i confini della terra. Non sarà avventura da giocolieri, perchè a quella risposta segue il vero volto dell’Uomo di Nazareth: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Eccola l’angoscia di Cristo: che la gente non lo scambi per un giocoliere, un toccasana o un tappabuchi. Perchè un’immagine sbagliata potrebbe impedire a troppi l’accesso alla sua ospitalità. Lo devono sapere i discepoli, che lo racconteranno come novella buona alla folla, che la trasmetterà di generazione in generazione: alla Risurrezione si arriverà attraverso la “direzione obbligatoria” del Monte Golgota, un pungo di metri sul livello del mare ma un bagno di sudore a percorrerlo. Gli ostacoli ne accerteranno la giusta direzione.

“La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri. Perchè ci oppone resistenza. Misurandosi con l’ostacolo l’uomo scopre se stesso. Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro. Il contadino, nell’arare, strappa a poco a poco alcuni segreti alla natura, e la verità ch’egli estrae è universale. Non diversamente laereoplano, strumento delle vie aeree, coinvolge l’uomo in tutti i suoi antichi problemi.
Ho sempre dinanzi agli occhi l’immagine della mia prima notte di volo in Argentina, iuna notte scura in cui brillavano, come stelle, solo i radi lumi sparsi per la pianura. Ciascuno era come il segnale, in quell’oceano di tenebre, del miarcolo di una coscienza. Nel tale focolare qualcuno leggeva, pensava, scambiava confidenze. Nel tal altro, forse, qualcuno cercava di sondare lo spaizo, si logorava in calcoli sulla nebulosa di Andromeda. Là si amava. Risplendevano di luogo in luogo nella campagna, queste luci che reclamavanoalimento: anche le più discrete, quella del poeta, del maestro, del carpentiere. Ma, in mezzo a quelle stelle vie, quante finestre chiuse, quante stelle spente, quanti uomini addormentati…
Bisogna pur tentare di riuniri. Bisogna pur cercare di comunicare con qualcuna di queste luci che risplendono, di luogo in luogo, nella campagna”
(A. de Saint-Exupéry, Terra degli uomini, Mursia, Milano 2013)

Non ci dev’essere illusione alcuna in chi s’addentra in tale sfida perchè “chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia (e del Vangelo) la salverà”. Onesto, sincero, semplicemente Dio. Ecco il perchè di quella domanda: “Le folle (e poi voi), chi dicono che io sia?”. Non c’è il pettegolezzo di un salone da parrucchiera: c’è la preoccupazione di un Volto al quale preme essere chiaro. Per non essere pericolosamente frainteso.

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