Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Al Circo Massimo due milioni di persone (o 200 mila)
in democratica rivolta. Allo Station
di Due Carrare un migliaio di giovani in pensierosa confusione. Fino a
sciogliere nel bicchiere dosi di ketamina: per esser simili ai cavalli. Confusi
sino a svenire. I politologi, gli esperti e i sondaggi analizzano con
accuratezza la manifestazione del Circo Massimo: questi ragazzi – per lo più
minorenni – urlano in un silenzio assordante qualcosa di indecifrabile. Ma pure
allarmante. Non sono certo due milioni, ma basterebbe il prezzo di una vita
giovane per intristire una città domenicale. Dietro le fila di questa sbronza
collettiva e cercata, sembriamo brindare al naufragio di due parole cacciate
dalle mura della civiltà: la paura e l’immaginazione.
La paura che nasce dalla faticosa ricerca di un senso
da dare all’esistenza giovane. Vivere è un’impresa sensata o un’avventura
assurda? Si respira nell’aria oggi quella che lo psicologo V. Frankl, con la
sua storia di deportato, chiamava la "malattia spirituale", cioè l’angoscia. La
disperazione di chi dalla vita non avverte un significato. E quando un senso
non compare all’orizzonte, e magari neppure un sentiero per inseguirlo, si
cerca rimedio in qualcosa che tolga il dolore, la disperazione, l’angoscia.
Quando i giorni diventano insensati, o si vive nell’insensatezza o si inizia la
caccia ad un anestetico. Vorranno pur dire qualcosa queste "cattedrali del
divertimento" abitate da una solitudine di massa: se non altro che la noia,
senza possibilità di luce, si traduce in disperazione. E la disperazione,
abbandonata a se stessa, deve aggrapparsi a qualcosa per non sfogare in un
suicidio. L’estate scorsa puntavano incattiviti il dito contro Lloret de Mar,
Mikonos e Ibiza: ma stamane ci svegliamo e scopriamo che questi cementifici del
divertimento sono tra le vie del quartiere. Sono nelle nostre piazze. Sono
sotto gli occhi impotenti e illogici di tutti. Parlare di anima oggi per
qualcuno è fuori moda. Come pure la sua educazione è programma scolastico che
abbiamo relegato alla fine Ottocento. Ma, tolta la cura dell’anima, cercare
sollievo in palliativi di varia natura sembra essere un passo intuibile. O
protagonisti della vita o nessuno: forse sta proprio qui uno dei nodi. Tutto si
sopporta, a patto che non sia assurdo.
E l’immaginazione. Jack frusciante è uscito dal
gruppo: e ha fatto volare l’aquilone nel prato per scardinare la mediocrità
della vita. Tartassati da una routine che lentamente infiacchisce persino lo
spirito, l’immaginazione sembra andata perduta. Soliti gesti, solite "vasche",
solite feste. Solita maledetta noia. Sembra strano che il massimo
dell’immaginazione per troppe giovinezze sia nascondersi in queste tane di
musica assordante. Insegniamo ad immaginare un modo sano di divertirsi che non
metta a repentaglio necessariamente una vita. Che non spenga il sorriso nel
volto, la passione nel cervello, la caparbietà nel sangue. Che non faccia da
passaporto verso il nulla. Tra una sana fantasticheria e una chiara perversione
abitano i gestori di questi "bungalow": il Manzoni ricordava come chi reca
torto altrui non solo è colpevole del male commesso. Ma anche della perversione
a cui introduce.

Non è poesia, ma convinzione: sarà meglio agganciare
il nostro sguardo alle stelle. Non ai fanali della prima nave che passa.
Perché la vita non sia un’ombralonga funebre ma resti un raggio di luce.

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