Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

“Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la corsa,
ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia
che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”

(2 Tim 4,1-8)

Nel peggior dei casi rimarrà la bellezza d’averci tentato. Ma di sicuro fino all’ultimo dei 42195 metri getterò sull’asfalto ogni piccola goccia d’energia custodita nel mio fisico. E fino all’ultimo sprazzo di lucidità trattenuta nella mia mente. A Padova era la prima volta: sotto il traguardo il cronometro s’arrestò a 3h 02’56”. Che per me significava stupore al grado massimo: e la consapevolezza di un margine bellissimo di miglioramento. Nacque lì, stremato sotto l’arrivo, la voglia di coronare questo 2009 fantastico con il sogno d’infrangere le colonne d’Ercole delle 3 ore. Una vita da sacerdote creativo, gli impegni di uno studente alle prese col dottorato, l’organizzazione di una vita frastagliata e sempre in viaggio: la vita più bella che potessi scegliere, però. M’appuntai nell’agenda una data: 25 ottobre 2009, Riviera degli Schiavoni, Venezia. Il sogno di una delle maratone più emozionanti del mondo, nella capitale del mio amatissimo Veneto, lungo quella Riviera impreziosita di ville e contrabbandi. Telefonai al mio allenatore: gli dissi il tempo che avevo sognato. Mi rispose: “Lascia perdere”. Gli rinfacciai: “fidati e costruiscimi la tabella d’allenamento”. Mi chiese quattro mesi. Gliene ofrii due e mezzo, dodici settimane. Sul fax scrisse di suo pugno: “Solito spaccone e solita testa dura! Speriamo te la cavi”. L’italiano non era il suo forte. E dopo l’exploit di Padova, ancora dubitava della potenza di una testa liberata.
Sulla strada che da Katerini conduceva dritta sul mare – nella Salonicco tutta greca – in pieno agosto detti inizio alla preparazione. Al mattino sull’asfalto stavano 35°: un rettilineo lunghissimo e bollente di 13 km. Alla sera il buio tempestoso e i cani randagi lungo la strada. Sulla spiaggia un volto amico mi faceva trovare una bibita freschissima. Tutto il giorno l’afa di una terra maledettamente bella e selvaggia. E sbarcato in Italia, subito m’aspettava la mia palestra: l’Altopiano di Lavarone. La frescura d’agosto, la nebbiolina del primo mattino, gli scoiattoli lungo la strada, i caprioli festanti. E i muscoli che piano piano si stiracchiavano. Ma quel ginocchio maledetto – frutto di una prodezza un po’ troppo ardita col quad – m’impediva di osare nei sogni in quei primi giorni. A Passo Coe (1610 m.) m’ero deciso di mollare, di riprovarci più avanti, di non forzare. La testa di un montanaro orgoglioso, però, è roba dura: fasce elastiche, pomate e antidolorifici. Perchè al mattino lassù m’aspettava la mia natura a farmi compagnia. E io non l’avrei mai tradita: per nessun motivo. Perchè l’atleta vive di piccole cose, apparentemente insignificanti: un raggio di sole sulla roccia, un sentiero amico, una fontanella d’acqua appena dopo il tornante. Un incitamento, lo sparo di un cacciatore, lo scorcio di una roccia. Il silenzio della terra, della montagna, del cielo. Lo sguardo di una donna. Materia dei poeti il cuore di un maratoneta.
In 12 settimane più di 1000 km: più i 42,195 ufficiali. Corsa lenta, corsa veloce, i lunghissimi fino a 38 km, il giorno di riposo, le ripetute sui 1000, 2000, 3000, 4000, 5000. Una, due, tre volte: poi la pastasciutta, tanta! Dalla Grecia al Trentino, passando per il Veneto e finendo nella natura di Villa Pamphili a Roma. Misurando il miglioramento sugli argini che da Padova corrono verso Montegrotto Terme. Ma oltre a questo l’emozione del giorno che s’avvicina. E quel foglio col percorso appeso sulla scrivania: quella curva, quella villa, quella salitina, quel ponte. Quello scatto che annuncia il trionfo. Certo che lo scatto “è un vero e proprio impulso elettrico che prende di soprassalto certi corridori cari agli dèi e fa loro compiere prodezze sovrumane […] drogare il corridore è tanto criminale, tanto sacrilego quanto voler imitare Dio; è rubare a Dio il privilegio della scintilla” (R. Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, 111).
Adesso si parte. L’Eurostar 9388 alla Stazione Termini, il villaggio di partenza a Mestre, il pettorale 561. Le scarpe, il chip, i calzini appena usati. L’orologio. Poi lo sparo e il segno della croce. Che spingerà ciascuno a rincorrere il proprio sogno. Perchè è questo il fascino della maratona: per vincere non occorre necessariamente arrivare primi. Basterebbe abbassare il proprio primato di almeno un secondo. Un secondo soltanto: quanto basta per sapersi ricompensati di 1000 km di lavoro, di sacrificio, di sudore.
E appena dopo il traguardo, gli occhi sul monitor: altius, citius, fortius!
Chapeau, madame Maratona! A Venezia vorrei essere il tuo doge.

E Buongiorno! ai miei parrocchiani. Anzi: buon week-end!

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