Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

transumanza

La stanno ancora celebrando, in marcia com’è della vita dei pastori. Partiti quando non era ancora l’alba del sabato, lentamente stanno scendendo a valle: dopo cento giorni passati in alpeggio d’altura, rincasano coi greggi appresso, gli armenti, le famiglie. Un intero popolo – che, forse, si tramanda usanze, mestieri e segreti da intere generazioni – in cammino tra le vie dei paesi, nel vociare dei bambini a bordo-strada, generoso nel barattare un pezzo di pane, una forma di ricotta, un pezzo di formaggio con un applauso d’incitamento, uno sguardo di simpatia. Loro sono i pastori, la loro liturgia la chiamano transumanza (dal latino trans–humus, “passare da una terra ad un’altra”), ed è il trasloco settembrino di uomini e bestie, all’indomani della festa di san Matteo: «Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare» (G. D’Annunzio). All’inizio di giugno si “carica-la-montagna” come dicono ancor oggi i vecchi del paese, a settembre la si svuota: di anno in anno, di generazione in generazione, uomini e bestie. In perpetuo cammino.
Quando qualcuno mi chiede dove sono nato, vorrei tanto rispondere loro che provengo da quella liturgia come si arriva da un paese: che transumanza è il secondo-nome della mia Betlemme. Perché quella processione-laica di uomini e bestie tutti in movimento è stata la mia prima forma di catechesi, rivelatami il giorno in cui, ancora bambino, il nonno mi portò a vedere quella ciurma festosa che scendeva a valle dopo la stagione dell’altura: «Han bevuto profondamente ai fonti alpestri – scrive d’Annunzio nella poesia “I pastori” -, che sapor d’acqua natìa rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via». Sono loro, i pastori, i veri registi di tutto questo ambaradan liturgico: laddove c’è un gregge, c’è sempre un pastore nei paraggi. I dotti pare li disprezzino, i sapienti li canzonano, i veggenti dicono che il loro mestiere non ha più futuro: loro, invece, rimangono lì, fermi a vegliare le greggi, a proteggerle dai lupi, a leggere di notte qualche segno del giorno che sarà. Han capito che girando sempre attorno alle loro stalle, mangiando sempre la stessa erba, abbeverandosi alla stessa fonte le bestie non migliorano: lentamente tutto si chiude, s’indurisce, s’atrofizza. Per questo i pastori sono gli uomini-del-cambiamento: accettano il rischio d’andare altrove – ch’è sempre il rischio d’andare incontro a mille scorribande naturali – pur di migliorare la stoffa del loro bestiame, d’ingrassare il ventre delle vacche, il pelo delle pecore. Dai quali dipenderà la buona o la mala-sorte dell’annata.
E’ la liturgia delle bestie, è anche la liturgia-prima dell’uomo. Se vuole che la sua razza migliori, dev’essere pronto al cambiamento: al migrare da una terra all’altra per sopravvivere, allo spostarsi di città in città per guadagnarsi il pane, a recarsi altrove in cerca di motivi per traghettare da una situazione di tristezza ad una di gioconda gioiosità. Uomini e bestie, insomma, sono come le biciclette: se stanno ferme, cadono. Come i problemi che ci affastellano il cuore: si risolvono solo camminando, spartendo. Partendo, anche se pare assurdo lasciare tutto e andare, per ricominciare altrove. La Scrittura Sacra, non per caso, poggia su storie di pastori e di pastorizia, di mestieri all’aria aperta e non di campi recintati col filo spinato. Pastore, dalle parti della Scrittura, è il mestiere più esposto agli agguati, il più fidato nel sondare la solitudine: «Non è chi manda al pascolo, ma chi esce davanti a esso e lo fa venire dove lui va» (E. de Luca). Pastore è stare.
La transumanza è di settembre, i traslochi capitano sovente verso la fine di un’estate, è a settembre che ritornando a scuola succede di passare dalla vecchia classe ad un’altra. D’altronde, l’han capito i pastori, se si continua a fare quello che s’è sempre fatto, continueremo ad ottenere ciò che abbiamo sempre avuto.

(da Il Mattino di Padova, 25 settembre 2016)

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