Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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E’ la “campanella” più attesa dentro le scuole: si inizia a sentirne il suono già nei mesi in cui le giornate cominciano ad allungarsi, le gonne ad accorciarsi. Quello strillo è un urlo di guerra: le lezioni sono terminate, l’anno scolastico è andato in pensione. Matilde, l’altro giorno, è arrivata a casa radiosa: dopo nove mesi di scuola, finalmente l’estate! La mamma l’attendeva, a pranzo: «Ti hanno dato qualcosa per me?» La bambina consegna una busta che la mamma apre. Legge a voce alta il contenuto: «La scuola ricomincerà il 15 settembre». Matilde la guarda, con infinita pietà: «Questi sono problemi tuoi. Io adesso non ci penso». Seduto a quella tavola, mi sembrava d’essere in carcere, la città dove si ragiona sempre usando solo due tempi: il passato (“Mi hanno arrestato il 28 marzo 1997”) e il futuro (“Il mio fine pena attuale è marzo 2032”). Il passato e il futuro. Il presente, per qualcuno, sembra essere il grande-tabù del calendario.
Matilde, adesso, al futuro non vuole pensarci: le interessa il suo presente che, a quasi otto anni, è fatto di corse in bicicletta, di giochi con le amiche, di paletta, secchiello e buche sulla spiaggia di Bibione. Per lei, l’estate è il tempo della ricreazione. “Ricreazione” è una delle più belle parole mai inventate sulla faccia della terra: ri-creazione, quasi una sorta di nuova creazione. La scuola l’abbiamo trovata fatta: quando suona la campanella, inizia la ricreazione, la scuola che ognuno s’inventa, il suo dopo-scuola. Per capire se andare a scuola è servito a qualcosa. Lo sanno tutti perchè ai bambini piaccia così tanto giocare: perchè, armati dei loro attrezzi-giocattoli, tentano di dare vita all’idea di mondo che vedono nella loro mente. Vogliono mostrare a tutti – con un disegno, con un castello di sabbia, con qualsiasi cosa che a loro piaccia creare – che cosa sarebbe la storia, come andrebbe la storia, se a condurla fossero loro in persona. Agostino d’Ippona, uno dei padri della Chiesa, sul “tempo” scrisse parole d’agguato: «E’ inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente, futuro. Forse sarebbe esatto dire che sono tre: il presente del passato (la memoria), il presente del presente (la visione), il presente del futuro (l’attesa)». L’unico Agostino che Matilde conosca è lo zio: senza conoscerlo né averlo mai letto, l’ha però tradotto alla mamma con una fedeltà linguistica impareggiabile: «Sono problemi tuoi. Io penso alla mia estate». La bambina ha deciso: per tre mesi penserà al suo presente, vivrà il suo presente, che nessuno – neanche la mamma – provi a rubarle il presente dell’estate. Lei, d’estate, deve ri-creare.
E’ l’estate dell’Anno Santo della Misericordia: stesse cose dell’anno scorso, stesse spiagge, anche stesse amicizie. Quest’anno, però, la misericordia è il condimento più venduto, la parola messa nelle frasi come fosse punteggiatura, lo status-symbol della Chiesa ai tempi di Francesco. Misericordia sempre, a tutti i costi: mai a basso-costo. “Misericordia” è anche il titolo che Matilde sembra aver messo in cima alla sua estate di ricreazione: “Dopo nove mesi di scuola, voglio vivere il mio presente!” sembra aver rimproverato alla mamma che l’attendeva, anche per capire a quanti centri-estivi iscriverla nell’attesa che riaprano le scuole. La misericordia del tempo, dell’estate: per non fare la fine del detenuto che, tutto fisso sulla data dell’arresto e fissatosi sulla data della liberazione, quasi dimentica che, in mezzo, ci stanno anche vent’anni della sua vita. Matilde per nulla al mondo vuole ragionare come certi detenuti, anche se la mamma vorrebbe proprio quello da lei. Non ha chiesto nulla come regalo per la bellissima pagella che ha portato a casa. Le basterebbe che quest’estate, visto che tutti parlano di misericordia, avessero un po’ di misericordia anche con il suo tempo presente: lei se lo vuole gustare fino all’ultimo. Tiè, beccati questa.

(da Il Mattino di Padova, 18 giugno 2016)

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