Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

donGino
Nella SS47 Valsugana hanno posizionato un cartello: “Deviazione”. Strada impraticabile, accesso vietato, viabilità interrotta. E’ obbligatorio aggirare tutta la montagna, tra forti di guerra e neve. Siamo ai confini della diocesi, ultimi presìdi di una religiosità a rischio d’estinzione: “Siamo gli ultimi cristiani?” Sulla soglia di casa, c’è il sorriso di don Gino. Anche la sua vita ha subito una deviazione: «In tutti questi anni non ho mai rilasciato una parola d’intervista. Stavolta accetto: ci ho pregato». L’uomo che ho davanti è appena ritornato dalla guerra: è stato sul fronte per un decennio, è un guerriero che ha vinto senz’armi, con la sola forza dell’innocenza. «Il momento più buio – mi racconta – è stato leggere il cartello appeso fuori dall’aula del tribunale: “Imputato: Temporin Gino”. In quell’attimo mi sono sentito un colpevole costretto a dimostrare la sua innocenza. Colpevole fino a prova contraria, non innocente fino a prova contraria». L’accusa cucitagli addosso è da brividi. Apre il dossier per rileggermi le parole-pietre, le pronuncia come fossero straniere, illeggibili: «Abuso di autorità spirituale, atti sessuali su minore, minaccia, costrizione. Più le aggravanti: in danno di persona minore, violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto». Pena massima!
Per diciassette anni don Gino ha guidato il Seminario Minore di Padova, il paese col più alto tasso di giovinezza. Poi, improvvisa, una tempesta di fango: su di lui, su quel luogo così delicato, sull’intera storia. «L’ho saputo nel 2011 ma le indagini andavano avanti già da due anni, dal 2009. Ho scoperto d’essere stato sotto intercettazione: cimici nel mio ufficio, in camera, nel bagno. Mi hanno sequestrato computer, quaderni, appunti». Gli inquirenti hanno fatto bene il loro dovere: a chi, sapendo coinvolti i suoi cari in storiacce simili, non piacerebbe si scavasse a fondo? «Non hanno trovato niente di niente. Adesso sono felice mi abbiano intercettato: la mia innocenza ne ha guadagnato». Parole di passione.
Otto anni di processo: il primo grado, il secondo grado, la cassazione. Che ribalta la sentenza d’innocenza. Di nuovo il processo di secondo grado, ancora in cassazione. Innocenza totale: «Avessi scelto il giudizio abbreviato, sarebbe stata un’ammissione implicita di colpevolezza. Ho voluto sottopormi al giudizio ordinario: lo dovevo a me, ai ragazzi che ho educato, alle famiglie che mi hanno sempre dato fiducia». E’ strana la storia: all’uomo che più di tutti, in diocesi, ha aiutato i ragazzi a discernere ciò che è bene da ciò che bene-non-è, è piombata addosso una burrasca di male: «La mattina in cui è uscita la notizia sui giornali – ripensa – ho letto dappertutto il mio nome accostato a quell’accusa micidiale. Sono andato io a comprarmeli. Ho pensato a mia mamma, ai miei fratelli». Poi, d’improvviso, si rabbuia. Abbassa gli occhi. Quando li rialza, sferra un colpo di mortaio: «Non mi vergogno a dirti che, in quell’attimo, ho pensato di farla finita». Gli stringo le mani, lo conforto con quella fiducia a-fondo-perduto che è sempre stata il suo valore. «E’ stato per un attimo, ma c’è stato. Poi ho detto: “Farò tutto quello che dovevo fare, perchè cambiare? Sono innocente» Detto e fatto: quel giorno, per i tremila giorni seguenti. Disponibile laddove il bisogno chiamava: «Il vescovo Antonio mi ha nominato parroco a Piove di Sacco: un gesto di fiducia assoluta in me, la paternità di chi soffriva con me, sentendo assediato il cuore della diocesi». Che è il cuore di tantissimi preti divenuti uomini là dentro.
Il male sfibra il guerriero più allenato, figurarsi quello buttato nella mischia all’ultimo: «Una domenica, sui giornali, è tornata l’accusa. La mia gente l’ha letta prima di venire a messa, è stata una domenica difficilissima. Ho detto loro: “Voi mi conoscete, e conoscete ciò che pensa il vescovo. Andiamo avanti!» E’ lo scoraggiato ad incoraggiare i coraggiosi nel farsi coraggio. Pochi hanno riso di lui: «La vicinanza della gente e dei miei confratelli sacerdoti è stata totale. Temevo solo la reazione – dice con la sua purezza – di coloro che, negli anni, ho invitato ad uscire dal seminario perchè intuivo non fosse la loro strada. Sono stati tra i primi ad incoraggiarmi».
La storia è fatta più di strette di mano segrete che di battaglie e proclami.
Per decenni ha insegnato ai ragazzi la filosofia: «Mi ha sempre affascinato la ricerca faticosa della verità: non la scopri subito, ha bisogno della riflessione, del dialogo. Ogni filosofo ne scopre un frammento: unendo i frammenti nasce la storia». La verità, sempre nascosta dentro la menzogna: «Insegnando la storia mi piaceva aiutare a scoprire non solo i fatti accaduti, ma il loro significato, fare notare il progresso nato dopo quell’accaduto». Riascoltate a ritroso, sono parole di autobiografia: «Non sono più lo stesso di dieci anni fa. E’ cambiato il rapporto con gli uomini, con Dio: “Perchè permetti tutto questo?” La risposta la trovavo nei salmi, non nella filosofia. Mi ostinavo a sperare contro ogni speranza. Nei tribunali, guardando il crocifisso, mi facevo forza». La fede non è una bandiera da portarsi in gloria – scrive la Ginzburg -, è una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento, in una notte d’inverno: «Sai cosa? – lo dice col sorriso bambino di chi ha vinto la caccia al tesoro – Sembra strano, ma sono più felice adesso di dieci anni fa: finalmente ho toccato con mano l’azione di Dio nella mia vita». La vera filosofia, dopo tutto, è re-imparare a vedere il mondo e l’uomo.
Mi abbraccia: «Ricordo ancora la messa che ho celebrato in carcere da te: sguardi, rumori, pensieri. Mamma mia!» Capisco. E’ dell’uomo di Dio replicare al male col bene: «Incontrassi quel ragazzo, gli darei la mano e gli direi che in tutti questi anni ho sempre pregato per lui. Mai smetterò». Finalmente è Natale.
Il Natale di un prete che la giustizia ha dichiarato innocente: quei fatti non sussistono. L’unico che sussiste è la riconoscenza per l’esempio che è stato. 

(da Il Mattino di Padova, dicembre 2019)

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Nell’attimo in cui una persona viene accusata, ancora prima che la legge emetta il suo giudizio, sui giornali è già stata crocifissa. E’ il tempo, aiutato dalle indagini e dalle sentenze, ad emettere il suo giudizio definitivo. Capita, sovente, che una persona giudicata colpevole sui giornali, venga poi totalmente assolta: innocenza totale. In quell’attimo, pochissimi giornali trovano spazio e parole per ridare ciò che era stato, frettolosamente, tolto.
Vado fiero di appartenere, da dodici anni, alla famiglia de Il Mattino di Padova. I fatti che hanno riguardato don Gino Temporin non li hanno mai nascosti, e tanto meno taciuti: sono stati tutti raccontati, la vicenda è stata tutta seguita, nulla è stato tralasciato. Adesso che la vicenda è conclusa, hanno trovato altrettanto spazio per raccontare il finale della storia.
Grazie all’onestà intellettuale del direttore, il dott. Paolo Possamai. Non è da tutti, ma qualcuno c’è ancora in circolazione. Ed è già questa una buona-notizia da sola.

don Marco Pozza

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