Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
fotografia

Come una foto da incorniciare. Ognuno, forse, custodisce nel cuore l’attimo in cui ebbe la sensazione di conoscere quell’amico, la sua donna, il suo sposo con una profondità inaspettata. Come se l’occhio fosse riuscito a poggiarsi sull’abisso della sua anima. E lì ha scattato una foto preziosa, la foto che attesta la vera bellezza di quell’amico. Chissà quante altre volte s’incroceranno, s’abbracceranno, si daranno appuntamento: ma non sempre i due si vedranno con tale profondità. Eppure quell’immagine è stata registrata in fondo al cuore e, nella quotidianità, ogni tanto rimbalza a ricordare la sua presenza: eco di una voce mai doma di danzare tra le mura stanche dell’anima. E’ una sensazione che sfiora l’incanto poter custodire qualcosa che profumi di pienezza; ma lo stupore sarà ancora maggiore quando scopriremo, magari dopo anni, una sfaccettatura inedita, un altro particolare, magari solo un sospiro che impreziosisce ancor più quella fotografia che pensavamo fosse il non plus ultra. Quella foto è bellissima. Ma è ancor più ammaliante il pensare che il futuro possa riservare particolari più intriganti. Anche Pietro, condotto sul monte della Trasfigurazione, voleva bloccarsi a quella foto: ma Cristo glielo impedì (liturgia della Solennità della Trasfigurazione del Signore). Bisognava tornare al lavoro di tutti i giorni attingendo a quella foto nei momenti di tristezza. E sotto quella Croce chissà quante volte l’avranno spolverata quella foto. A strapparli dai tentacoli della disperazione sarà l’amabile dolcezza di una casa da abitare: «Ah, ciò che vi è di meraviglioso in una casa non è il fatto ch’essa vi dia riparo o vi riscaldi, né che se ne possediamo i muri, bensì ch’essa abbia lentamente deposto in noi queste provviste di dolcezza. Che in fondo al cuore costituisca quell’oscuro monte da cui nascono, come acqua di sorgente, i sogni» (A. de Saint-Exupéry, Terra degli uomini).
Vorrebbero rimanere incollati Lassù, sul ciglio di un’Eternità mai avvertita così intrigante. Loro soli, in compagnia di quel Rabbì Nazareno finalmente contemplato nel luccicante splendore della sua Bellezza. Loro lassù, osservatori di un Dio fedele alle promesse; gli altri laggiù, condannati a quel luciferino sospetto che Dio tenga nascosto qualcosa dentro le righe della quotidiana fatica. Li ha condotti lassù, sul davanzale di quella che sarà la storia dell’Eterno perchè poi scendano a valle a raccontarlo agli altri uomini. Anche loro un giorno erano lenti e tardi di cuore: Lui li strappò dalla quotidianità, nascose nei loro passi la sete d’infinito, li condusse sulla cima del monte. Non per loro merito e neppure perchè ne facessero geloso vanto: l’avventura sarebbe stata poi quella di raccontare al mondo il suo Volto: “parlategli di Me, arriveranno al Padre. Perchè anche voi un giorno foste lenti e tardi nel credere alle mie parole”. Chiamati per chiamare, guariti per guarire, salvati per salvare; per raccontare all’uomo di ogni tempo che il Bello deve sempre ancora venire. Edimani tutto sarà diverso.

L’adolescente è terribilmente consapevole, forse più di ogni altro, del tempo che passa. Si fanno un mondo di cose nel tempo dell’adolescenza: si impara ad essere qualcuno rinunciando a essere qualcun altro, si presenta al mondo un’immagine di sé, si decide cosa rispondere alla domanda seria sul cosa fari da grande, e si impara ad amare. Rimanere indietro in una di queste faccende è gravissimo, perchè gli altri vanno avanti rapidamente e c’è il rischio d’invecchiare e morire senza essere mai vissuti […] In adolescenza il pensiero corre spesso alla morte […] All’adolescente bisogna invece dire che domani tutto sarà diverso e possibile, differente dall’oggi. La speranza – intesa come capacità d’immaginarsi qualcosa di buono di là da venire e raggiungibile in tempi e con sforzi ragionevoli – è stata uccisa o è gravemente compromessa in questi ragazzi (M. Grimoldi, Adolescenze estreme. I perché dei ragazzi che uccidono)

Dalla cima del Tabor in perpetua direzione verso l’uomo: sempre in cammino. Ad Abramo Dio dice: “Vattene”. A Mosè dirà: “Va dal faraone e scappa”. A Giosuè: “Entra”. Ad Elia: “Alzati”. Ai discepoli stanchi per il lavoro suggerirà un buon riposo: “Seguitemi, vi farò pescatori di altri mari”. Alla Maddalena, desiderosa d’un pizzico d’intimità dirà: Non mi trattenere. Piuttosto và”. Ai discepoli confusi e preoccupati: “Andate in tutto il mondo e predicate il mio Vangelo”. Mai una volta che ti dica: : “Non alzarti, allunga il tuo pisolino. Fai un po’ di shopping anche per me. Siediti all’ombra del campanile e bevi un aperitivo. Non prendertela troppo: divertiti che la vita è una sola”. Sul Monte della Trasfigurazione oggi ne fanno le spese Pietro, Giacomo e Giovanni (non gente qualunque: gente avvezza all’imprevedibilità del Maestro). Gli propongono tre tende da montare: un giochetto per manovali esperti come loro: “scendete a valle: il vostro posto è là in mezzo a loro!”, ribatte il Maestro Camminatore. Non chiede nulla nemmeno stavolta, se non l’umile desiderio di mettersi sulle sue tracce. E di continuare a cercarLo dopo averlo trovato.

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