Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Quando il piccolo (in tutti i sensi) Davide affrontò il gigante Golia, costui aveva contro tutte le regole di strategia militare, i pronostici ed anche buona parte della tifoseria di casa, troppo spaventata per permettersi anche solo di provare a sperare. Quando – qualche ora fa – il “piccolo” Matteo Berrettini ha affrontato il gigante Djokovic, il primo ha avuto sì contro la maggior parte dei pronostici, ma dalla sua parte c’era il tifo di coloro che non smettono mai di sperare nei miracoli. Purtroppo, come ben sappiamo, questa volta il piccolo Davide non è riuscito a battere il gigante, ma nonostante questo ha regalato agli spettatori qualche ora di bellissimo tennis, entrando comunque nella storia nostrana di questo sport: il primo italiano che sia mai arrivato alla finale di singolare maschile di Wimbledon.
Enzo Ferrari una volta disse: “Il secondo è il primo degli ultimi.”
Di contro, una frase erroneamente attribuita a De Cubertain, recita il celebre motto “l’importante non è vincere, ma partecipare.”
Per riuscire a trovare un equilibrio tra le due affermazioni – chiamarle contrapposte è un eufemismo – bisogna avere spirito da funamboli e doti da campioni di triplo salto mortale con avvitamento. Eppure, diciamo la verità, per qualche giorno, per alcune ore, abbiamo sognato ad occhi aperti. Abbiamo accarezzato la speranza. Lo avremmo mai detto, alla partenza di quell’avventura? Avremmo mai osato anche solo immaginare che sarebbe potuta andare così?
Ecco, al di là della vittoria o della sconfitta, la capacità di sognare un traguardo che sembrava insperato è la vera vincitrice di questo pomeriggio di Wimbledon. Riesce ad ergersi con orgoglio dinanzi a qualsiasi spietato realismo, fa orecchie da mercante a tutte le tipologie di pronostici logici e strategici. Non c’è modo di tarparle le ali, nemmeno dopo aver perso, perché intanto ha lasciato in bocca quel retrogusto che sa di speranza, di volo spiccato, di esultanza anche solo accarezzata con sguardo, mente e cuore. Ma soprattutto ha lasciato in dote un regalo che non tutti sanno sempre apprezzare: l’idea che quest’oggi non sia un punto di arrivo, ma un bellissimo ed emozionante punto di partenza.

Grazie, Matteo Berrettini!

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista. Filosofa per passione, biblista per spirito d’avventura, insegnante per vocazione e professione. Giunta alla fine del liceo classico gli studi universitari le si pongono davanti con un bel dilemma: scegliere filosofia o teologia? La valutazione è ardua, s’incammina lungo la via degli studi filosofici ma la passione per la teologia e la Sacra Scrittura continua ad ardere nel petto e non vuole sopirsi per niente al mondo. Così, fatto trenta, facciamo trentuno! e per il Magistero in Scienze Religiose sfida le nebbie padane delle lezioni serali: nulla pesa, quel sentiero le sembra il paese dei balocchi e la realizzazione di un sogno nel cassetto. Il traguardo, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, perché nel frattempo la città eterna ha levato il suo richiamo, simile a quello delle sirene di omerica memoria. Che fare, seguire l’esempio di Ulisse e navigare in sicurezza o mollare gli ormeggi e veleggiare verso un futuro incerto? L’invito del Maestro a prendere il largo è troppo forte e troppo bello per essere inascoltato, così fa fagotto e parte allo sbaraglio, una scommessa che poteva sembrare già persa in partenza. Nei primi mesi di permanenza nella capitale il Pontificio Istituto Biblico sembra occhieggiarla burbero, severo nei suoi ritmi di studio pazzo e disperatissimo. Ci sono stati scogli improvvisi, tempeste ciclopiche, tentazioni di cambiare rotta per ritornare alla sicurezza del suolo natio. Ma la bilancia della vita le ha riservato sull’altro piatto, quello più pesante, una strada costruita passo dopo passo ed un lavoro come insegnante di religione nella diocesi di Roma. L’approdo, più che un porto sicuro, le piace interpretarlo come un nuovo trampolino di lancio, perché ama pensare che è sempre tempo per imparare cose nuove.

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