Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

presaingiroCosì la smetteranno di pigliarti per i fondelli, simpatico ed eclettico pigliapesci di Galilea. Tutti a ridere delle tue buffe promesse, a ridicolizzarti per quel tuo essere spavaldo in amore, a renderti sberleffo per la tua incapacità di prendere le misure giuste. La paura di camminare sull’acqua (con Lui davanti), quel rinfacciare burlone sulla riva del lago che tra te e Lui a capirci meglio di pesca sei tu (pensavi d’essere tu), quel tuo essere celere nel progettare tende lassù sul monte per tenertelo tutto per Te quell’Amico così celeste e luminoso. Talvolta i Vangeli c’aiutano a dipingerti come lo zimbello del villaggio. Certamente tutti di corsa a riconoscere il tuo essere uomo d’acqua e di barca, braccia robuste, mente veloce e mani rugose, pescatore di eterni silenzi e di drammatiche ribellioni, bruno per il sole e rosso per la vergogna. Poi un giorno Lui – perchè in fondo è sempre rimasto un po’ bambino e volle vederci chiaro pure lui nel pensiero della gente – fece alzare in volo una domanda. Semplice, spontanea, fanciullesca di spirito; una di quelle domande che si scambiano tra loro i bambini nella piazzetta, le prostitute lungo le carreggiate, gli amici all’angolo delle botteghe: “Chi dice la gente che io sia?”. Non è curiosità morbosa, smania di attenzioni: è che anche a Gesù ogni tanto piace chiedere per far sapere. Eggià: tutti chiedono per sapere, Lui chiede per trasmettere un’informazione, lanciare un’idea, pennellare unintuizione. Davvero strano come Maestro costui. Lui chiede e tutti in fila a rispondere le cose più scontate: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Gli uomini e le donne sono davvero scontati quaggiù. Un po’ come i cristiani di ogni tempo e latitudine il più delle volte sono troppo prevedibili e noiosi.

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
(Dal Vangelo di Matteo, cap. 13 vv. 16-20)

Forse pensavano per l’ennesima volta di sganciarsi dalla tua brutta figura e t’hanno anticipato alzando la mano. O forse la voce, lo sguardo, l’attenzione. Tu per una volta hai temporeggiato, invece; proprio tu, famoso per la tua irruenza, il tuo essere sopra le righe, il tuo spaccare il mondo senza calcolare la forza del tuo cuore altalenante. Stavolta no, hai contato fino a due perchè sapevi che poi lo sguardo si sarebbe ristretto, il panorama si sarebbe concentrato, Lui sarebbe tornato a cercare il frammento dentro la folla. Eccolo: “ma voi, chi dite che io sia?”. Eggià Pietro, quel voi è rimasto uno dei pronomi personali più affettuosi della Storia Sacra, uno di quei tocchi che fanno vibrare il cuore, sillabe che accendono le lacrime. Voi: che vi siete alzati in piedi e avete allontanato l’odore delle reti, che avete sfumato il volto di vostro padre e dei suoi garzoni, che avete realizzato il miracolo più demente – quello di seguire Lui -, Voi. Cioè tu Pietro: “chi dici che io sia?” E tutti a guardarsi attorno, forse non se l’aspettavano il proseguio della domanda: nelle chiese, morto Lui, insegneranno che sarà più facile disquisire della fede altrui che della propria. Quella domanda sulla fede – “chi dite che io sia? – proprio a te è toccata. Il sostantivo fede: entrato nella tua vita come una fiocina, astratta e sottile come il vento gagliardo. Proprio a te, povero pescatore, avvezzo a dire pesce, remo, catrame, a vivere solo con le cose grosse che sporcano le mani. Per te era stata formulata, perchè tu riscattassi l’altra faccia di PietroSimone: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente”. Tutti gli altri a voltarsi verso di Lui per vedere se avevi risposto giusto, già pronti a scoppiare a ridere, felici d’essere stati protetti forse della loro ignoranza ultima sull’Amico. E invece zitti tutti, parla Lui: “Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Che impalpabile guizzo è la fede. Poi zitti tutti – “ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo” – perchè in tema di fede non valgono i suggerimenti. Ognuno per sè e Lui per tutti.

“Ognuno scalda il fornello che gli viene dato nella vita, ma non è detto che un giorno non gli capiti di diventare bello e avveduto, cortese e istruito. Non è detto che Dio non gli regali un animo gentile, senno, nobiltà e sapere, e che egli non sia apprezzato, onorato e acclamato da tutti per tutta la sua vita“. (P. Mastrocola, Più lontana della luna, Ugo Guanda Editore, Parma 2007, 47-48)

Di un pescatore si guardano le mani, le vene che rimbalzano sulla pelle, i muscoli di chi batte remi a menadito. Di te ricorderemo pure le sillabe, sillabe che diventano il grammofono di chi, quando meno te l’aspetti, ti testimonia che Dio lo conosce per davvero.
Non per sentito dire.

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