Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

solleticoNon potevano reggere a lungo: probabilmente li aspettava, immaginava la loro stanchezza, l’asprezza e l’incognita di quella Parola loro affidata. Nati pescatori, lo sbaraglio divenne ben presto il loro lago di pesca dopo essersi imbattuti nella voce di un Uomo d’amabile presenza. Era capitato tutto così improvviso che sembrava già scritto in quel profumo di zagara che saliva dalle colline palestinesi. Una mattina come altre: reti, barca e pesca. Solito lago, identica società d’acquisti, medesimo mercato nel quale poi barattare il conquistato con companatico e orci di bevute. Lui, apprendista falegname – carpentiere (con chiari sogni di Cielo nell’animo) – li aveva notati tante volte immersi nei loro lavori, abbarbicati alla loro terra, o meglio al lago delle loro abitudini: li guarda e li chiama. Li toglie dal torpore e li lancia su un futuro diverso: “Andrea, non stare a raschiare il lago tutta la vita: vorresti tentare l’avventura del Regno del Padre mio? Non sarà una vita facile ma io ti sosterrò. T’interessa?” Un pugno di parole e il lago apparve piccolo ai loro occhi di sognatori: andarono e videro dove abitava e da quel giorno condivisero casa, spese e sogni. E tanta di quella gioia da accendere un tam tam per tutta la regione: Andrea lo dice a Pietro, lo viene a sapere Natanaele. Pochi passi più avanti e identica sorte tocca allo strozzino Matteo; poi Giacomo e Giovanni. Francesco e Teresa, Edith e Luigi, Ambrogio e Filippo. Giù giù fino a me, forse pure a te. Gente che infiamma perchè Qualcuno ha infiammato prima loro, ha dato la Vita e li ha convocati, fino a mostrare l’insopprimibile esigenza che alberga nel cuore dell’uomo: quella di mettersi in gioco.
Non era un uomo da solletico, la sua specialità era la gioia. Quando ti faccio il solletico tu ridi a crepapelle, sghignazzi senza contenimento ma quando poi smetto, il tuo ridere s’arresta e rimani senza fiato. E’ tutt’altra cosa dalla gioia: quella rimane dentro anche se qualcuno non ti solletica il pancino. Era questa la differenza che predicava il Camminatore di Nazareth: il loro esserci per il mondo non era solo per divertire (che all’inizio va anche bene ma alla lunga poi stanca), ma sarebbe stato un donare la loro vita, il loro amore, la loro presenza. Perchè di loro non rimanesse il fiatone ma il ricordo di qualcuno che li amava. Il giovane ricco del Vangelo – l’uomo inutile tanto da rimanere senza nome – non resse la fatica: in fondo c’è da sospettare che se solo avesse avuto il coraggio di incrociare lo sguardo del Cristo non avrebbe saputo dire di no. Ma non è solo quel tale di cui il Vangelo non tramanda il nome. Anche tra i discepoli questa domenica serpeggia il malumore, nascono le prime insinuazioni sull’invalidità della Croce, s’ingigantisce quel fraintendimento che da più parti veleggiava. Tanto che Gesù ha dovuto dire loro la verità, senza tentativo alcuno di mercanteggiare la loro fiducia: “forse anche voi volete andarvene?” (liturgia della XXI^ domenica del tempo ordinario) Libero Lui e liberi loro perchè nelle strade del Vangelo non ci può essere gioia senza libertà. Lui mise in conto che qualcuno non avrebbe retto, che altri si sarebbero stancati, che qualcuno poi cedesse strada facendo: non per questo s’avvalse mai della facoltà di svergognarli in pubblico. S’arrestava e rilanciava loro il comandamento della libertà. Fino a far nascere dentro di loro – esperti di conti, baratti e guadagni -: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Dopo un’esperienza di familiarità con Lui, lo scelsero ad oltranza perchè in Lui era la Gioia, oltrechè la Vita. Il solletico non li affascinava più, era la Gioia quella che sarebbero andati urlando e cercando a gattoni.

«Tuttavia, malgrado i tanti attacchi alla fede che anch’io credo di aver subiti, una cosa mi è sempre rimasta chiara dinanzi agli occhi, una cosa mi ha sempre sostenuto mentre lottavo: la convinzione che il fattore ereditario e tradizionale non merita di venir distrutto solo dal vuoto della piatta realtà quotidiana, dall’ottusità spirituale, dallo scetticismo cupo e senza luce, ma tutt’al più da un fattore più potente, da un richiamo verso una maggiore libertà, verso una luce più grande e accecante. La fede ereditata dai padri è stata sempre una fede combattuta e soggetta ad attacchi. Ma io l’ho sempre sentita come una voce che mi chiedeva: “Volete andarvene anche voi?”, e alla quale c’era solo da rispondere: “Signore, da chi dovrei andare?”. L’ho sempre considerata come una fede solida e buona, che mi sarei deciso ad abbandonare unicamente nel caso che qualcuno mi avesse dimostrato migliore il suo contrario» (Rahner K., «Attualità e possibilità della fede ai giorni nostri» in Saggi di spiritualità, Paoline, Roma 1966, 412 – 413)

Sbaglieranno ancora: uno su tutti, Pietro. Ma Lui mai lo svergognerà. E Pietro, per ripagare, non si fermerà. Nonostante la prigionia, le bastonate, la persecuzione: oramai è una roccia. Il Maestro, puntando sui suoi pregi, l’ha trasformato: avesse puntato sui suoi difetti l’avrebbe svergognato. Lui e tanti altri dopo di lui. Fino a me che, inginocchiato, avverto il frastuono di quella domanda: “forse volete andarvene anche voi? Ci penso e lo guardo; ci penso e tento la risposta. Ci penso e taccio. Anzi no; merita una risposta: “sto con Te, Signore. Mi mancheresti troppo”.
Eppoi il solletico non mi piace proprio. Nemmeno quand’ero bambino.

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