Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Satana

A Barcellona «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie» (G. Ungaretti): è una madre in lacrime, una musica interrotta, la città è una musa ferita. La festa è finita: a New York, Londra, Parigi, Madrid la campanella aveva già suonato. Il male, come il postino, suona sempre due-volte. Di più: s’attacca al campanello di casa. In questi attimi cosa resta all’uomo, ch’è stordito, da fare? La cosa più semplice è fare-silenzio: ci sono parole-terrore che nessun grido può sovrastare ma solo il silenzio riesce a disinnescare. “La solita passività cristiana” – diranno i tanti che tributano a Dio la causa ultima del male. Più che passività, è attività di resistenza-ultima: all’urto delle grida solo il silenzio riesce ad innalzare argini di contenimento. Non il silenzio del minuto-di-silenzio: sono secondi che rischiano di travestirsi di politica, farsi una moda, una quasi-scontatezza all’indomani della mattanza. Il silenzio di chi, sbeffeggiato dal male in diretta, non accetta la logica dell’impotenza ultima: “È impossibile fermare il male, rassegnatevi gente!” Così si finisce per delegare ad altri l’avventura più affascinante, anche la più faticosa da organizzarsi: la speranza nella disperazione, il germoglio sotto la neve, la più piccola percentuale di bene nell’immondezzaio della malvagità. Come reagire?
Due notizie cittadine in questi giorni han guadagnato la ribalta sui giornali di Padova. Al centro dell’attenzione due uomini che la giustizia ha condannato per omicidio: uno, decenni fa, legato alla famigerata Uno-Bianca, l’altro ad una pagina nera di cronaca familiare. La stampa li ha rimessi al centro per due fatti accaduti in queste settimane: al primo, Marino, è stato concesso un permesso-premio per una vacanza-dell’anima assieme alla cooperativa nella quale lavora da anni. All’altro, Gianluca, è stata data la possibilità di frequentare la biblioteca dell’università per completare la laurea, iniziata e maturata nei bassifondi della galera. Due notizie di cronaca che, a seconda della modalità con cui vengono raccontate, sortiscono effetti opposti. Presentarle come fossero delle ingiustizie irriverenti – “l’albergo è di lusso, l’omicida può andare in biblioteca” – può correre il rischio di far credere che il male, alla fine, l’abbia avuta vinta. Che la giustizia nulla possa contro il cuore-matto dell’uomo: è un modo di raccontare la cronaca che la Scrittura Sacra definisce “diabolico”. Nel senso di fare l’analisi-grammaticale del male, perdendo di vista la forza del bene nascosta: omicidio, vittima, sangue, terrore. Null’altro. La notizia – al netto di inesattezze alle quali siamo, purtroppo, abituati – è raccontata nel modo che piace. Anch’io ho letto la stessa notizia, di più: mi erano note entrambe da mesi. Il mio primo pensiero è stato leggermente diverso: se la cronaca le ha analizzate in maniera diabolica, il mio cuore le ha analizzate in una maniera simbolica: ha fatto l’analisi logica. Di fronte alla vacanza-premio di Marino, il primo pensiero è stato di stupore: “C’è gente che accetta di fare vacanza con un detenuto che ha una storia simile!” Di fronte alla notizia di Gianluca: “Pensa – mi son detto -: quest’uomo, accusato di una violenza simile, ha trovato in carcere della gente che gli ha mostrato un modo diverso di essere, di diventare”. La gravità dei crimini commessi non muta d’aspetto, neanche di sostanza: il male non ha giustificazioni. A cambiare è il punto di vista, dunque anche l’orizzonte. Per chi le legge in maniera “diabolica” l’uomo è diventato il suo crimine. Per i “simbolici” a sorprendere è che un uomo-del-male possa diventare uomo-del-bene. Che il terrore venga irriso, smontato.
Il terrore, è lezione-in-diretta, terrorizza: spaventa, agghiaccia, stordisce. Il solo modo per vincerlo è quello di pensare che non è invincibile: c’è sempre del bene capace di mandarlo in frantumi. I due fatti sopra-citati lo dimostrano: sono piccoli segni, grandi sogni. È che Satana vuol fare credere a tutti i costi d’avere sempre l’ultima parola. È pirla, questo lo san tutti. Però va di moda: è comodo.

(da Il Mattino di Padova, 20 agosto 2017)

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