Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

bicchiere

Il grado d’irritazione causato da questa pagina del Vangelo è direttamente proporzionale alla fascinazione che abita le labbra di chi l’ha pronunciata, l’Iddio dei Vangeli. D’altronde, stante così la faccenda, una volta scoperto l’assoluto, a che giova accontentarsi del relativo? A maggior ragione se Colui che dice di Se-medesimo di essere il tuo assoluto, fa sentire anche te come assoluto per Lui. Il che, se ci pensate, è di una grandezza insuperabile, quasi-bestemmia: senza di me Dio pare soffrire di solitudine. Io, per Lui, sono complemento-di-compagnia, il più bel complimento-di-appartenenza. T’appartengo, io ci tengo. M’appartieni.
Dio, anche a dispetto del cuore. La grammatica degli affetti, per chi vorrà salvata la propria vita, sarà da riscrivere da cima a fondo: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me». Non c’è padre né madre che regga al suo cospetto: Dio sembra proprio non vergognarsi di esagerare. Pare non riesca a concepire l’amore senza una buona dose d’esagerazione: a dargli retta, sembra proprio che solamente le vie esagerate siano degne di essere vissute, di essere narrate. Più che il morire, la vera tragedia, a dargli retta, è il non aver vissuto. Il non aver amato. Chi non fa questo, «non è degno di me». Che, tradotto, pare annunciare che la grandezza di un uomo si misurerà dalla portata delle sue rinunce. Dal tempo che si è perso per Lui, per le sue cause-perse. Scampoli di scusanti in agguato, sul ciglio: “Mi hai fatto solamente perdere tempo. Non ho più tempo da perdere con te. Non farmi perdere tempo. Questa settimana non ho disponibilità di tempo. Voglio il mio tempo. Il fatto è che non ho mai tempo. Con te ho perso tempo per nulla. Tempo sprecato”. Era difficile, anche solo da immaginare, che il perdere-tempo fosse sinonimo di amore per Dio: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Perdere-tempo come traduzione letterale di “amare”, il verbo più evangelico che esista. La sfida più folle che Dio sia disposto a giocare con l’uomo: se la fede ti è stata concessa in dono – quasi fosse una sorta di eredità -, tuo compito sarà di riconquistartela, se vuoi possederla per davvero.
Dio è sempre una piccolissima-cosa, quasi impercettibile: un granello, una misura di lievito, una brezza. Una focaccia, una sedia, un dettaglio. L’arte sua è quella d’ingigantire tutto a dismisura: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno di questi piccoli (…) non perderà la sua ricompensa». Un bicchiere d’acqua è nulla, un piccolo è quasi-nulla: pare tutto di così poco conto, eppure, attraversando il piccolo, Dio s’insedia come un ospite di passaggio, senza mai stabilirvisi. La sua grandezza non è ingombrante, onerosa, spavalda: il difficile, vista la sua definizione di piccolezza, è credere che in quell’apparente nulla s’è insediato il Tutto. La grandezza, l’onnipotenza, la bellezza, la maestà e l’onore. Chi ha perso tempo, alla fine, avrà guadagnato addirittura l’eternità, una misura-di-tempo sproporzionata rispetto a quello che si aveva in cuore di fare. Il fattore che ha prodotto tutto questo è in un piccolo dettaglio: «Per causa mia». Il più piccolo complemento di causa, anche complemento-di-guadagno. Non è acqua torbida, acqua di secchiaio: è un «bicchiere d’acqua fresca», una sorta di acqua di sorgente, quella che d’estate è nostra premura tenere nel frigorifero. È dissetante, rigenerante, acqua-buona. Quella che, mentre la versiamo ad altri, il primo pensiero non è: “Poca-acqua, altrimenti poi noi dobbiamo berla calda” ma la gioia di vedere una sete-abbeverata, una storia-rialzata. Un Dio dissetato.
Amare, nel Vangelo, è verbo di ingegneria edile, verbo-manovale: mani callose, pelle bruciata, piedi scalzi, magari pure senza olio, contro-vento. Tutta-in-salita. Ai tutto-cuore – tanta emozione poco calore – Dio mostra di prediligere i manuali: gente di manovra, che apre rubinetti, si carica in spalla i legni-traversi delle croci, sale per scendere. Un Dio di proporzioni-sproporzionate: sta in un bicchiere, come in una Croce. S’ingigantisce, si rimpiccolisce: vallo a capire Tu come deciderà d’apparirmi domattina. Dio-imprevedibile, quasi senza pudore.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Matteo 10, 37-42).


Avviso parrocchiale
 Vi aspetto, per chi vorrà, sabato alle 17.30 su RaiUno con Le ragioni della speranza. 
In questa ottava puntata del nostro ciclo commenteremo il Vangelo della domenica dalla parrocchia Santissimo Sacramento di Roma. Dentro un’avventura di cura e di attenzione per gli anziani – d’estate, a volte, l’anziano è un peso -, il famoso bicchiere-d’acqua versato per dissetare la sete di Dio.

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