Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

granoTi è mai capitato di andare a visitare una città lontana perché una persona te l’ha raccontata con così tanta passione da suscitare in te la curiosità? Ti sei mai imbattuto in un insegnante che t’ha trasmesso la passione per la sua materia fino a farti innamorare dei suoi libri di scuola? Sei mai incappato in un ragazzo/a che ti ha mandato in crisi per la trasparenza del suo sguardo fino al punto da farti piangere? Hai mai incrociato qualcuno/a che, solo con il sorriso, t’ha fatto impazzire della vita fino a sentirti costretta ad abbracciarlo? Forse è successo anche a te di conoscere una persona ancora prima di agganciarne il volto solo perché qualcuno te ne ha parlato in maniera straordinaria.
“Vogliamo vedere Gesù” – gridano alcuni greci a Filippo. Immagino con quanta passione, con quanto entusiasmo, con che convinzione quei discepoli abbiano raccontato al mondo l’incredibile incontro con Gesù di Nazareth. Gente straniera urla: “Vogliamo!”: verbo tremendo che mette in circolo la volontà, la grinta, la caparbietà. Volere rassomiglia tanto a volare. Non potevano tacere perché loro s’erano imbattuti nella nuova alleanza cantata da Geremia. Che personaggi. Per la gente erano prigionieri della follia: loro, invece, s’erano allenati a diventare scrutatori del cielo per intuire l’irrompere di quell’arcobaleno che parla di alleanza, che allude a tempi migliori e introduce nell’anima la voglia di ri-cominciare. Andrea e Filippo: aggrappati alla Speranza sono stati capaci di dimostrare al mondo – che forse si era un po’ impantanato – che è possibile andare avanti, che è possibile camminare verso il Signore della storia.
Bellezza a caro prezzo: “se uno mi vuol servire mi segua” (liturgia della V^ domenica di Quaresima). Innamorarsi di Gesù Cristo, perdere la testa per Gesù Cristo, impazzire di follia per quell’Uomo fino a confondere i sogni. Mi dispiace: ma se vuoi capirci qualcosa dimentica tutti gli scarabocchi d’amore, quelle poesie più o meno romantiche incise sulle panchine dei giardinetti, quegli sms che non reciteresti mai a voce alta per la vergogna, quei sentimenti venduti all’ombra di un sabato sera qualsiasi. No! Innamorarsi di Gesù Cristo come fa chi ama perdutamente una persona e attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il carattere, trascina nel suo vortice i giorni, le notti, il riposo, il lavoro, la festa, la ferialità, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. Sì: un investimento totale. L’amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, è ambiguo. Il part-time, il servizio a ore, magari con il compenso per le straordinarie, con Cristo non è ammissibile: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. Che gioia, d’estate, appoggiare lo sguardo sui campi dorati, sulle spighe che s’arrampicano verso il cielo, sugli steli che inanellano danze nei meriggi assolati, sul vento che li accarezza all’imbrunire del sole. Eppure, a ben pensarci, all’inizio era una schifezza. Sotto terra un seme spandeva odore di marcio, t’avrebbe sporcato le mani a toccarlo, non avresti scommesso nulla: “ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora” (Gv 12,27). Ha paura Gesù. Lui non è Cicerone che tende impavido il collo a chi lo uccide, o Seneca che apre con calma le proprie vene alla morte. Gesù non vuole morire, ecco perché è un poema d’amore la sua accettazione. Forse anche Lui si sarà ricordato che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. È l’assurda proposta d’amore di Gesù Cristo agli uomini del terzo millennio, per vivere sani in un pianeta di matti. Perché solo nel vocabolario della lingua italiana “successo” viene prima di “sudore”.
Il nostro è un Dio che sconcerta, che fa marcire i sogni e gli ideali, non allineato con nessuna logica umana. Imprevedibile. Giunta la sua ora, a Pietro, Giacomo e Giovanni rivolge un invito: “Alzatevi, andiamo!”. E noi quest’invito lo avvertiamo soprattutto quando la vita, prima o poi, ci conduce a dover intrecciare rapporti con il dolore. Ma perché mai il Signore ti dà una croce, poi te la toglie o te l’alleggerisce? Perché si diverte con noi, con questo stile che non è assolutamente praticato nei nostri giochi di amori terreni? Perché questo “cuci–scuci” sul panno già sfibrato della nostra povera vita? “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo”. Alzarsi significa riconoscere che se le nostre braccia si sono fatte troppo corte per abbracciare tutta la speranza del mondo, il Signore ci presta le sue. Alzarsi significa credere che il Signore è venuto sulla terra per aiutarci a vincere la rassegnazione. Ho stampata negli occhi la carezza di una sposa sul volto di suo marito: un amore messo a dura prova negli anni, un male terribile superato, un amore che ha dovuto morire per non rimanere solo. Non ho mai incrociato una carezza simile nelle pagine di riviste patinate di sentimenti banali. Mi è risuonata la splendida promessa del sacramento del matrimonio: “prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Coraggio, donna, profetessa di primavera! Perché se demordi da questo compito primordiale, di annunciare la gioia e la speranza alla gente, al mondo non resterà altro che battere i denti. Lassù sulla Croce, tra il diluvio e l’arcobaleno, è piantata la tenda del cristiano, l’unico spazio in cui il Vangelo e i drammi dell’uomo si danno appuntamento per abbracciarsi.
Credere è vedere una spiga di grano laddove tutti vedono un seme marcire.

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