Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

solitudinne1Finalmente una ragazza – liceale milanese di IV^ superiore – dopo il suicidio di un compagno di scuola ha preso la carta, la penna e il coraggio tra le mani e l’ha rinfacciato alla sua città distratta: “Aprite gli occhi, aprite il cuore perchè perdiamo la vita”. Stava seduto a tavola, chiede di andare al bagno, sentono il botto sull’asfalto, vedono il corpo straziato: tutto semplice, apparentemente lineare, drammaticamente reale. Peccato sia l’ennesimo suicidio archiviato come causa della crescita degli ormoni e non ci s’accorga che queste urla strozzate sono gigantesche richieste d’aiuto gridate ad una società distratta, strafottente e disinteressata dei drammi dei loro figli. Quel corpo dilaniato ricorda all’uomo distratto che gli sbadigli hanno fatto più male nella storia di tutte le polveri da sparo: gli sbadigli sonnolenti di chi, magari preposto alla loro educazione (e quindi doppiamente colpevole) ha risposto ad una tristezza con un “prendi qua e taci”, un “ci siamo passati tutti”, un deficiente “sono cose che capitano” o un malsano e diseducato “è una fase della vita”. Nulla di tutto questo, ma la sconfitta di una società su tutti i fronti: sconfitta della mia Chiesa che al rischio del giocare in perdita con loro preferisce la stanca sonnolenza di quattro bans all’ombra del campanile, sconfitta della scuola incapace di leggere tra le increspature di un volto l’aurora di un suicidio, sconfitta della politica che si cura sempre meno delle angosce giovani. E’ una sconfitta generale – anche se pochi se ne inquieteranno – perchè ai ragazzi stiamo mostrando un mondo rovinato e fregiato che fa loro paura: paura che mette ansia nel loro cuore, timore di non essere all’altezza di ciò che si richiede, voglia di farla finita pur di non fallire in mondovisione. Allora meglio buttarsi dalla finestra e rinfacciare al mondo un’angoscia indecifrabile.Fossimo onesti questi sarebbero “omicidi premeditati plurimi” da addebitarci volontariamente perchè non siamo riusciti a trasmettere loro la passione della vita, il prezzo del sacrificio, l’onesta costruzione di un cuore ordinato ed educato. Strapazzati da mibtel, nasdaq e consigli d’amministrazione, torturati dall’auditel, dagli indici di gradimento e dal torbido inseguimento della gloria s’è smarrito il loro vocabolario e delle loro grida rimangono solo le foto sui giornali quando la notizia è già stata battuta. “Urlatelo al mondo che così non va!” conclude quella ragazza. Che altro non è se non la diagnosi pietosa e ripugnante dei nostri giorni, di un’epoca che ha svuotato la dimensione religiosa della realtà, il “nodo divino che lega le cose” come scrisse l’aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry. Fino a convincersi che la strada la si trova strada facendo: la più assurda tra tutte le indicazioni di percorso sopratutto se inferta ad anime giovani e indecisa sul percorso.Qualcuno non accetterà questa verità, ma un ragazzo che si suicida è un ragazzo che scrive semplicemente la fine di una storia, il cui contenuto – spesso in maniera subdola ed esperta – era già stato svuotato dal suo mondo. La lettera coraggiosa di quella ragazzina non diventerà una scritta sulla sabbia del mare (dove anche le canzoni d’amore scompaiono per la marea del mattino) se solo incrocerà la passione di chi saprà scommettere su una vecchia formula pedagogica: formare la mente educando il cuore. Per non rimpiangere d’aver costruito un’occasione che ha spezzato il volo giovane di un pensiero ferito.
A meno che non siamo tutti discepoli o discendenti di Caifa, il sommo sacerdote che aveva consigliato ai Giudei: “E’ meglio che un uomo solo perisca per il popolo” (Gv 18,14).
Non siamo molto distanti: una ragazza ce l’ha elegantemente rinfacciato.

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