Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Aprire a qualcuno la propria casa è come aprire il cuore. Decidi tu chi far entrare e chi lasciare sull’uscio. Ho ricevuto l’abbraccio di un magistrato alla fine dell’intervista, le lacrime di una madre con il cuore straziato dal giudizio di una sentenza e dal pregiudizio di tutti gli altri. Ho accolto le parole confuse, tutte da sbrogliare, di chi adesso ha un nuovo orizzonte davanti a sé dopo aver inseguito ciecamente per anni, come unico dio, il male. Sono stata travolta dal vento caldo e impetuoso degli ideali di chi non smette di credere nell’uomo.
Ho l’istinto della comunità nel sangue. Non posso farci niente ed è più forte di me. Quel vaccino me l’hanno inoculato fin da bambina. A casa, in parrocchia, nel volontariato, con il mio lavoro e dentro alle relazioni profonde che ho il privilegio di coltivare come uno splendido giardino di cui prendermi cura. Lo devo alla mia storia personale e particolare, sempre piena di colpi di scena, se sono fermamente convinta che «La felicità non è vera se non è condivisa» (Alexander Supertramp, Into the wild) e che nessuno ce la fa da solo. Io per prima. Perché tutte le volte c’è stata una Parola precisa, in un momento preciso, giunta come una carezza sul cuore, che mi ha risollevata. Proprio come quella che Francesco pronuncia tutti i giorni ricordandosi dei più fragili, dei più vulnerabili.
Avvicinandomi agli altri, scopro qualcosa che non so di me, metto più a fuoco che, alla fine dei conti, non passa differenza tra la mia e l’anima degli altri. Entrambi aneliamo alla felicità, fuggiamo il male dopo averlo riconosciuto e ci ancoriamo alla speranza che solo l’Amore può salvarci.
Non nascondo di aver bussato con timore e ritrosia alla porta delle storie che con don Marco abbiamo scelto di attraversare. Ognuno reagisce di fronte al male e asciuga le proprie ferite come può e non mi sento mai in diritto di violare uno spazio che non mi appartiene. Eravamo consapevoli che rischiavamo di calpestare ancora una volta terre già devastate, desolate, ma abbiamo scelto di toglierci le scarpe, di camminare in punta di piedi, scomparendo, diventando sempre più piccoli per lasciare spazio all’ascolto, mentre la creatività dello Spirito agiva nella nostra testa e dentro al nostro cuore. Le domande, pur meditate e lavorate alla luce di ognuno dei quattordici brani della Via Crucis, si sono costruite infine da sé, sono fiorite man mano che ci addentravamo in chi ci stava davanti, in quelle luminose ore di concentrato dialogo, sottratte a pomeriggi di primavera. La maggior parte ha avuto il profumo di una cucina con la pentola sul fuoco, di un caffè fumante sul tavolo, di silenziose istantanee appese alle pareti che si facevano presenza più di qualsiasi voce. «Non si ama con il cuore. Si ama con l’anima che si impregna di storia, non si ama se non si soffre e non si ama se non si ha paura di perdere. Ma quando ami vivi, forse male, forse bene, ma vivi» (Alda Merini). Abbiamo semplicemente tentato di fare esercizio di misericordia, che è la difficile arte di accordare il proprio cuore a quello dell’altro per poi decidere di prenderlo per mano.
Però non è facile accettare l’angoscia, la frustrazione, la desolazione di chi si sente perduto. Ma non farlo sarebbe da vigliacchi. Se scegli il Vangelo, decidi di lasciarti penetrare dalla vita degli altri per riconoscerne tutto il valore e la dignità. Al di là di qualsiasi errore. Di qualsiasi giudizio.
Con la sua rivoluzione della tenerezza, papa Francesco dice che non si può amare Dio se non si amano gli uomini. Prima di lui, ovviamente lo disse Gesù: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato».
Scrivere la Via Crucis di quest’anno è stato mettere in pratica il comandamento più grande, identificandomi con le esistenze delle persone che, inconsapevolmente, sentivo mi venivano affidate per poi concentrare tutta la loro essenza nelle righe stringenti delle meditazioni.
Non ti lascia scampo affondare le mani dentro allo strazio infinito di due genitori a cui è stata strappata barbaramente la figlia. Fatichi a comprendere cosa muova la volontà di un frate che da decenni varca la soglia delle carceri per scovare ancora una fiammella d’umanità dove sembra non esserci che terra bruciata. «Non chiuderti nella convinzione incondivisa che sia giusto soltanto quello che dici tu, e nient’altro. Chi crede di essere l’unico ad avere saggezza, o parola, o animo, quali nessun altro, una volta aperto, si scopre che è vuoto. Un uomo anche se è saggio, non deve vergognarsi di continuare a imparare, e di non essere rigido» (Sofocle, Antigone).
Lungo il cammino di questa Via Crucis, dove a ogni stazione c’erano un uomo o una donna ad aspettarmi, prima che una colpa o un fallimento, mi sono ritrovata fragile, indifesa. Tanto quanto loro. Né più, né meno. Ma la scoperta è stata sensazionale. In fondo, in cima al Calvario, ad attenderci tutti insieme c’era Lui. Luminoso di Risurrezione.

Tatiana Mario
giornalista de La Difesa del Popolo e volontaria della parrocchia del carcere Due Palazzi

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(nella parrocchia del carcere, con Chiara e il nostro Carmine – photo@cortiana)

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