Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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La Domenica delle Palme è quasi come una porta; per dirla con gli antichi Romani, bifronte come il dio Giano. Da una parte, ci avvicina alla gloria della Resurrezione, dall’altra, però, non possiamo dimenticare che, prima, ci sono le ore drammatiche e cariche di tensione. Forse  

«Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-3) 

Già questo, che ci giunge dalla lettera dell’Apostolo, è un primo indirizzo molto importante, che suggerisce una prospettiva che ci allontana dal pensiero della Croce come una sorta di compiaciuto autolesionismo. Niente di tutto ciò. Davanti agli occhi di Cristo c’è la gioia. È questo lo sguardo che lo accompagna, anche durante le ore più buie dell’angoscia e del dolore, quelle del Sacro Triduo, che segnano le ultime ore che il Figlio dell’Uomo condivide con gli uomini. È uno sguardo come quello di Ulisse che, per poter centrare con l’arco il bersaglio attraverso i cerchi delle dodici scuri, deve essere fisso sull’obiettivo, senza perdersi nei dintorni degli ostacoli che è necessario attraversare: non significa ignorarli, si tratta solo di attraversarli, con lo sguardo fisso al traguardo. Come un atleta nel suo agone. Questo è il Cristo nella Passione. Il Dio, fatto uomo, che, accolto il disegno del Padre, attraversa il dolore umano, in ogni suo aspetto e in tutta la sua profondità, per redimerlo, riportandolo nello sguardo trinitario. L’uomo, Dio da sempre, Dio come il Padre, che siede alla Sua destra: è per questo che, pur avendole caratteristiche del Servo Sofferente descritto da Isaia, Cristo mantiene quel legame col Padre che fa sì che continui ad essere, profondamente, figlio. E l’essere figlio parla di una libertà profonda: se il servo sofferente ci comunica una dedizione assoluta, che non ha paura di esporre il proprio stesso corpo al ludibrio, all’umiliazione, allo scherno, il Figlio che soffre ci dice che ha un Padre nel cuore, che segue un disegno d’amore, anche quando esso ci chiede lo sforzo di attraversare un’oscurità di difficile comprensione.  

Prima dell’ingresso a Gerusalemme, prima della gloria riconosciuta, quella effimera, quella della folla (che, in un battito di ciglia, volgerà le spalle e preferirà Barabba), troviamo Cristo a tavola.  
La folla, del resto, è come ciascuno noi, come il nostro amore che è «come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce» (Osea 6,4). L’incostanza è la nostra cifra stilistica. La curiosità ci spinge, la gola e l’accidia ci avvinghiano. La folla segue Cristo perché li ha sfamati. La sua presenza è promessa di stabilità, risoluzione dei problemi. Quando la sua presenza diventa un problema, allora meglio dileguarsi, meglio cambiare fazione, cercare una posizione meno impegnativa, meno coinvolgente.  
Che diversità di prospettiva, negli sguardi che raggiungono la piccola casa di Betania, dove si svolge la cena che precede il solenne ingresso nella Città Santa!  
Se per il rabbi di Nazaret quella casa, quel cibo e quei volti amici sono l’umano sostegno alla sua umana angoscia, tanti altri si avvicinano a quella piccola combriccola con una vena di curiosità («una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti»): Lazzaro, il miracolato, ruba la scena a Cristo, diventa nuovo motivo del contendere e, persino, nuovo motivo d’inquietudine per i capi dei sacerdoti, perché «molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù». A motivo di questo, anche la vita di Lazzaro è nel loro mirino, per porre fine a questa sgradevole emorragia di affiliati, che pare essere stata originata da questo sovversivo venuto dalla Galilea, che compie miracoli nei giorni sbagliati e si rivolge a Dio come ad un Padre.  
Neppure a quel desco familiare, in cui il Maestro ricerca sollievo, si può trovare – pienamente – pace e serenità. Ad un gesto di tenerezza di Maria, inatteso ma gradito, fa da contraltare il risentimento di uno dei discepoli, che protesta per uno “spreco” di trecento denari, che avrebbero potuto più utilmente essere spesi per i poveri. Quanto stride una simile osservazione, proprio in bocca a chi, poche ore più tardi, deciderà che basterà addirittura un decimo per s-vendere il Maestro! Se, da un lato, abbiamo il comportamento di chi vuole dare un prezzo a tutto e non riesce a vedere il valore di nulla; dall’altro, abbiamo il comportamento di chi, discepolo del Maestro, riesce a fargli eco e ad immergere nell’amore le proprie scelte, affrontando con coraggio il rischio dello spreco. Perché spreco è l’unica misura che Dio conosca: quando Cristo compie il primo miracolo a Cana, non si accontenta di tramutare l’acqua in vino, ma in vino di qualità tanto eccelsa da risultare fuori posto a fine festa; quando Cristo distribuisce ai cinquemila il pane offerto, ne raccoglie dodici ceste piene di avanzi; infine, nonostante sarebbe bastata una sola goccia del sangue di Cristo, Egli non tiene nulla per sé e lo versa tutto, per amore nostro, perché «l’amore copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4, 7).  

Un profumo, intenso, fortissimo, di nardo alla frattura di quel vaso prezioso, si spande per la casa. Per alcuni, è motivo di rabbia, come per i vignaioli della parabola (“Forse sei invidioso, perché io sono buono?” – Mt 20, 15). La rabbia sale, di fronte all’inadeguatezza, all’invidia, alla constatazione delle proprie mancanze. Se soffermiamo lo sguardo su ciò, lo scoraggiamento ci pervade e il rischio è che a prendere il sopravvento possa essere la paura, la rassegnazione verso noi stessi, ma anche il risentimento verso chi vediamo migliore di noi, più avanti nel cammino, capace di una comprensione maggiore. Invece di chiedere “come hai fatto?” a chi ha conseguito un risultato positivo, rischiamo, spesso, di vedere il male anche nel bene, perché, nel bene altrui, vediamo la nostra sconfitta.  
Proviamo a far nostro lo sguardo di Cristo e a vedere, in quello spreco di profumo, una possibilità di spreco anche nel nostro quotidiano. Forse, il nostro spreco è mostrare gentilezza, in modo gratuito, proprio a quel vicino di casa che non ci saluta mai. Oppure, rinnovare fiducia a quel figlio o quell’amico che l’ha tradita ripetutamente, pensando che questo è l’amore che Dio ci dimostra, rinnovando il suo amore, quando più ne abbiamo bisogno e non quando “ce lo meritiamo”. Forse, è fare le stesse cose di sempre, ma con occhi nuovi, giocandoci integralmente e senza la prospettiva del do ut des… perché, come dice Madeleine Delbrêl, talvolta aneliamo con impazienza ad una passione eroica, ma, forse, almeno alla maggior parte di noi, quello che ci è richiesto è la “passione delle pazienze”, nelle piccole seccature quotidiane, che, pur essendo apparentemente insignificanti, sono sufficienti a provocarci mal di pancia e turbamento, unite alla sfiducia in un disegno di bontà, secondo la Provvidenza di Dio.  

Rif. Letture festive ambrosiane, nella Domenica delle Palme (messa del giorno)

Fonte immagine:  Jamesburgess

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