(RIVISTA DI PASTORALE LITURGICA) – Il carcere è uno dei luoghi delle civiltà umane in cui il limite si fa più radicale e visibile. Che ne è della liturgia in questo ambiente? Forse qui, qualcosa di significativo sulla natura del celebrare può emergere. Ne abbiamo dialogato con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere Due Palazzi di Padova.

«Don Marco, lei celebra la liturgia con persone che hanno perso la libertà. Che esperienza vive tra quelle mura?»

«Il carcere è un punto prospettico privilegiato per contemplare “in diretta” l’agire di Dio, la consistenza dei suoi segreti misteri. Qui, tra il ferro e il cemento, il Vangelo non è un testo da spiegare, è un evento da contemplare: è il miracolo della Grazia. L’accadere della Grazia dentro storie ferite, intrise delle malefatte. A me, prete, il compito di sedermi in prima fila, il biglietto gratis, per imparare a credere, assistendo in prima persona, alla risurrezione dei viventi, visto che alla risurrezione della carne (morte) diciamo di crederci per fede. Inaspettato, per me, l’avere appreso con una certa fatica che la salvezza non è amare Dio ma accettare che Dio ci ami: così, per come siamo. Per poi chiedergli la cosa più sacra in galera: che “il corso degli eventi si svolga secondo la tua volontà di pace” come recita una bellissima colletta. Celebrando in compagnia di Caino, scopri che Dio va in cerca anche degli assassini. Per offrire loro, come memoria perpetua di Abele che non c’è più, l’occasione per diventare coloro che, forse, non erano ancora riusciti a diventare prima dei loro gesti. Anni fa, seppur prete, avrei ritenuto inammissibile e insensata una storia così. Dimenticavo facilmente che il memoriale non è una semplice memoria qualsiasi, ma è il riaccadere stesso – in diretta e a domicilio – dell’originale cristiano. Dio interviene hic et nunc».

«C’è chi obietta che la Messa in carcere sia soltanto una pausa, un momento di respiro in una giornata pesante, destinato però a esaurirsi non appena ci si rialza e si rientra in cella. Lei come risponde? Cosa distingue, nella sua esperienza, un momento che consola da un momento che libera davvero?»

«La Grazia, a guardarla da fuori, non è per nulla comprensibile, nemmeno logica: batte strade tutte sue per fare sue le anime che Dio vuole che diventino sue. Certo che è una pausa, forse la più intelligente di tutte le pause: qualcuno, per il tempo della celebrazione, mette in pausa il suo tempo e accetta di entrare nel tempo di Dio. Teologicamente: va in pausa il tempo cronologico, si entra nel tempo cairologico. É il tempo delle grandi occasioni, la pausa nella quale poter guardare con occhi diversi il male compiuto, la strada percorsa, i pensieri fatti. L’umano consola, ma ti lascia pur sempre dentro la tua cella. La liturgia, quando ti parla, libera al punto tale da fare dire a qualcuno: “Mentre stiamo a messa, mi sembra di essere in tutt’altro posto. Mi dimentico persino d’essere in carcere”. È la consapevolezza che il passato, se si accetta che venga riciclato dalla Grazia, non vanterà più nessun diritto per andare a compromettere il futuro di un’anima. Il presente, però, è la stagione cruciale: decidersi su da farsi. Da queste parti, dunque, fatti bene tutti i conti la liturgia non è per niente una “pausa caffè”, al pari delle mille pause settimanali che facciamo. Il più delle volte è una vera e propria “pausa-salvavita”: aiutandoti a trovare un senso al tuo quotidiano, salva la vita dalla disperazione. Certe volte anche dalla distruzione del suicidio».

«Il tempo in carcere è un tempo particolare: pesa, si ripete, porta addosso il passato. La liturgia invece vive di un tempo diverso, il tempo del Signore risorto, aperto e orientato. Come si incontrano questi due tempi? Riesce a raccontarci un momento in cui ha visto il tempo liturgico trasformare concretamente il tempo della pena?»

«Il tempo, nelle carceri, è il più grande nemico e il più grande alleato. È un nemico da abbattere: non passa mai, ti logora, per un ergastolano è un tempo infinito. È anche il più grande alleato: hai il tempo per te, un tempo su misura, è il tempo della ricostruzione. È nella liturgia che questi due tempi si incontrano: il lavoro sporco del tempo umano incrocia la nobiltà del tempo di Dio. Pregare, da noi, non è un impegno settimanale: è un momento di incontro con Dio nel quale cerchiamo (tutti) di vedere Lui ma, soprattutto, di essere visti da Lui. È il tempo del cuore. Concretamente è il racconto di uno dei nostri ragazzi, un criminale di altissimo rango: «Partecipando all’eucaristia – mi confidò – ho capito il segreto per fregare il carcere. La giustizia mi ha detto quanto devo scontare. Lo Stato mi ha detto dove devo scontarlo. Ma tra il quanto e il dove io posso scegliere il come scontare questi anni di pena in carcere». Carcere e legge sono strategie che lo Stato ha per punire il colpevole. L’interiorità, la spiritualità, sono la tattica che il colpevole può mettere in atto per fare in modo che la pena “ne valga la pena” di essere vissuta. Anche di essere, giustamente, patita».

«Chi siede insieme a celebrare in carcere spesso non si sarebbe mai scelto: storie diverse, diffidenze, gerarchie interne. Eppure, la liturgia convoca proprio quella comunità, così com’è. Come nasce e come regge, in quel contesto, una comunità che celebra?»

«In carcere s’arriva tutti battendo strade diverse, ognuno per la sua strada, ognuno con la sua storia. Non ci si sceglie, ci si incontra: poi, pregando, capita che ci si accorga che si è stati convocati da un Dio che chiama singolarmente e salva comunitariamente. «Nessuno si salva da solo» ebbe a ricordare Francesco nella Statio Orbis del 2020. Come la legge è una per tutti, così anche la liturgia è una per tutti: non ci inventiamo una virgola in carcere. Non potremmo mai permetterci, pena l’accusa di tradimento, di sostituire con delle bizzarrie umane il genio divino della liturgia. Il fatto evidente, invece, è che, da queste parti, la tenerezza della liturgia si rivela spesso una maniera inaspettata di fare giustizia: è una mamma che non ti condanna la liturgia ma, facendoti da specchio, ti restituisce il volto sfigurato, te ne fa provare vergogna, ti aiuta a chiedere il pronto intervento della Grazia. Quando il Sabato Santo s’intona l’Exultet, sono anni che vedo in tantissimi (io tra questi) con le lacrime agli occhi, ascoltando questo passaggio: «Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti. O immensità del tuo amore per noi». In quest’attimo siamo tutti degli svantaggiati che riconoscono il vantaggio enorme d’essere stati raggiunti dalla salvezza di Cristo. È Dio a riunirci, non siamo noi a sceglierci come, forse, nelle parrocchie del mondo: questa è l’indipendenza della liturgia sui calcoli e sulle scelte umane. «Qui comando io e questa è casa mia: ogni dì voglio sapere chi viene e chi va» direbbe parafrasando le parole di una famosa canzone italiana».

«Quando un detenuto partecipa alla Messa, è in comunione con tutta la Chiesa, con ogni assemblea che in quel momento celebra nel mondo. Questa appartenenza più grande si percepisce? Come si esprime?»

«Il carcere è un’isola: la tentazione è quella di sapersi additati, di sentirsi isolati dal mondo, degli appestatati da evitare. Nell’eucaristia – ce lo ricordiamo all’inizio di ogni messa – ci mettiamo in comunione con tutta la Chiesa: usando le stesse parole, ascoltando la stessa Parola, compiendo i medesimi gesti della cristianità di tutto il mondo. Nella nostra realtà di Padova, il fatto di vedere che la liturgia, come la catechesi settimanale, viene fatta assieme ad una settantina di volontari (diaconi, suore, seminaristi, uomini e donne di buona volontà) rende plastica l’appartenenza ad una Chiesa più grande. I volontari, qui dentro, sono Dio che viaggia in borghese, armato della lanterna della liturgia e dell’eucaristia, per vedere se c’è qualcuno ch’è interessato alla sua proposta. Il fatto, poi, che nelle preghiere dei fedeli si preghi spessissimo per le persone carcerate, rende più facile la percezione di sentirsi ricordati nella stagione della colpa. Stagione nella quale, non sembra sempre ovvio, più di qualcuno vorrebbe sparire dalla faccia della terra a causa della vergogna che prova per il male compiuto».

«La liturgia celebrata in carcere non riguarda solo chi è dentro. Anzi, forse interpella soprattutto chi è fuori. In che modo quella celebrazione dice qualcosa alla comunità cristiana esterna?»

«La lista di persone che, negli anni, chiedono di poter partecipare ad una messa in carcere, è lunghissima. Chi vi ha partecipato, spesso l’ammette. «Non riesco più ad andare a messa nella mia parrocchia». Ammesso che il Cristo è lo stesso, si capisce meglio perché Papa Francesco invitasse insistentemente ad andare nelle periferie. Non “per portare qualcosa” ma per “prendersi qualcosa”: e questo qualcosa è la freschezza – esistenziale, liturgica, evangelica – che nel mondo fuori è merce sempre più rara. Perduta la libertà, sovente si riacquista in umanità: seppur ferita, devastata, sanguinante possiede una malleabilità che, a venirci a contatto, ti fa sentire un privilegiato. Con un povero accanto – sia esso un carcerato, un profugo, un assetato o un ignudo – ti sembra che la liturgia sia tradotta in una lingua così comprensibile da farti domandare: «Finora, quale Dio, ho pregato? Come mai, finora, quel prefazio non mi aveva mai detto nulla?» Per non parlare del silenzio che accompagna l’attimo della Comunione: è il silenzio delle grandi manovre, quelle azzardate, sul ciglio del burrone. In quell’attimo, direbbe Francois Mauriac, si chiede e si ottiene da Dio “la grazia della lucidità”. La lucidità d’intuire a che punto si è arrivati nella propria personale ricerca del volto della felicità. Del volto di Dio stesso».

«Cosa rimane della liturgia quando la celebrazione è finita? Come si porta dentro ciò che si è ricevuto fuori?»

«Ritornando in cella, ci si porta dietro l’eco della liturgia vissuta: chi con un foglietto, chi con un fiore, chi con la sua Sacra Bibbia in mano. Si scende a messa, spesso, con una speranza in più e si ritorna in cella, altrettanto spesso, con una delusione in meno. O una delusione lavorata. La domenica arriviamo alla messa da tanti percorsi diversi che si compiono in carcere: scuola, teatro, sport e lavoro. Catechesi, letture, appartenenze culturali diverse. La domenica, però, ci si incontra tutti nella chiesa: tutte le strade portano in Chiesa verrebbe da dire, pensando alla domenica in carcere. Tra il cosa portiamo in chiesa la domenica e cosa ci portiamo in cella il lunedì, non trovo immagine più bella di quella che don Tonino Bello usò per definire chi fosse, per lui, il cristiano: «Il cristiano è quella persona che entra in chiesa la domenica con la tuta da lavoro e ritorna in fabbrica il lunedì mattina con la veste del battesimo». La nostra tuta da lavoro è lurida (anche di sangue): la liturgia, però, ci ricorda che sotto la tuta indossiamo la veste intima del nostro battesimo. Diciamo che in carcere è molto più facile incontrare anime per le quali la domenica abbia a che fare seriamente con il lunedì e non rimanga soltanto un’oasi felice nel mezzo di un settimana tribolata. Figli discoli, insomma: ma pur sempre figli dello stesso Dio»

(Intervista a don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, a cura di don Marco Gallo, Direttore de l’Institut Supérieur de Liturgie di Parigi)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.