Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Poniamo il caso che l’invidia fosse un lavoro: nessuno sentirebbe mai parlare di disoccupazione! Giacchè il mondo – il mondo del quale faccio parte e del quale mi sento parte – è pieno di analfabeti invidiosi che, quando s’ispirano, ti strappano dalle mani l’album della tua vita per mettersi a guardare soltanto le figure di merda che, secondo loro, hai fatto. Ammesso che il sapere far festa sia una di queste (non lo è), in questi giorni ne sta facendo ingiustamente le spese la premier finlandese Sanna Marin, ritratta e ricondivisa mentre fa festa, ballando, assieme a delle amiche. La sua gaiezza dev’essere andata di traverso a più di qualcuno se, nel giro di poche ore, si è accesa la macchina dei sospetti: “Si sarà drogata? Con chi sarà, poi, andata? Ma quanto alcol avrà bevuto per ridursi così? Nessuno le ha detto ch’è premier?” La qual cosa, l’essere donna di responsabilità, lei per prima l’ha dimostrato nei mesi scorsi, prendendo alcune decisioni difficilissime per il suo paese: traghettarlo verso la NATO, rivendicare la propria autonomia di fronte alla Russia. Tutti meriti che, in un colpo solo, vengono cancellati da un presunto “peccato”: sapersi divertire, sapere fare festa, condividere la gioia con altri. Non siamo nati, forse, per essere felici?

Nei corridoi delle galere, quando si parla dell’invidia, si usa dire che uno è convinto che se il vicino di cella si spezzasse una gamba lui potrebbe camminare più veloce. Un modo galeotto per tratteggiare l’identità dell’invidia: «Il tormento dell’impotenza», come m’ha confidato, tempo fa, il filosofo Salvatore Natoli durante una conversazione. Non è tanto il fatto di accorgersi che qualcuno possegga un qualcosa che io non ho, quanto invece che l’altro non la possieda: il bene di un altro diventa d’inciampo perchè io non riesca mai a raggiungere la pienezza di me stesso. La qual cosa raddoppia di curiosità se l’invidia, più che essere indirizzata verso un oggetto preciso, è rivolta alla vita stessa: “Siccome non sono più capace di gioire, di fare festa, allora tutti quelli che mostreranno d’avere il cuore in festa mi diventeranno nemici”. I grandi nemici dell’allegria che, entrando dallo sguardo, si infileranno dritti nel cuore fino ad imbruttirlo. Non è un caso se il grande Alighieri, poeta che ha fatto l’autopsia ai sentimenti umani, fa pagare una tortura di quelle simboliche agli invidiosi: cuce i loro occhi con dei fili di ferro! Perchè, facendo i conti, risulta che noi umani mettiamo la stessa identica passione nel diventare felici e, al contempo, nell’impedire agli altri di diventarlo. O, se lo sono, di tentare a tutti i costi di farli cadere perchè smettano di ricordarci che la felicità è una faccenda che è alla portata di tutti. A disposizione di tutti: “Non invidiate, applaudite. E poi fate di meglio, se vi riesce” pare dire la gioia in generale. Una gioia particolare.

Tempo fa un amico con una grossa responsabilità lavorativa, conoscendo la mia passione sfegatata per il ciclismo e sapendo che mi ricavo del tempo per praticarlo, mi disse: “Piacerebbe anche a me, magari, saltare qualche pranzo e allenarmi: lavorerei anche meglio dopo. Ma se la gente poi mi vede inizia: “L’hai visto? Va in bici invece che lavorare”. Eccolo l’invidioso: solitamente non usa ciò che ha, gli manca sempre ciò che vuole. Dunque non ha, non è: cerca di essere e di avere qualcosa che desidera solo perchè appartiene ad altri. La premier in causa non ha corrotto nessuno: si è semplicemente presa a cuore il suo cuore, la sua giovinezza, ha coltivato la sua allegria. Quel mio amico, se domattina andasse a farsi un giro in bici senza nulla togliere al suo lavoro, non diventerebbe un fancazzista: sarebbe soltanto una persona che ha a cuore la sua allegria perchè ha scoperto che, se è felice, il lavoro e le responsabilità ne trarranno giovamento. Non mi sono mai sentito in colpa per coltivare le mie passioni, i miei hobby, la mia sana voglia di essere e di vivere così come sono e vivo: calcolo il prezzo e, ogni giorno, scopro che è comunque sempre inferiore al guadagno che ricevo. L’invidia, da quest’altro punto di vista, è il prezzo della gioia: è volere a tutti i costi la felicità di un altro senza, però, pagarne il prezzo. C’è ancora di peggio, comunque: quelli convinti di essere invidiati. Che ridere! Io, nel frattempo, sto con Sanna Marin.

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