Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

maratonaNYDomenica scorsa erano in centomila a celebrare la loro appartenenza assieme con il Santo Padre in Piazza San Pietro. Una folla variegata e variopinta di bambini e giovani, di nonne ed educatori che si sono dati appuntamento nel luogo simbolo della cristianità per cantare, pregare e sentirsi famiglia. In tempo di crisi non solo economica, qualche apporto possono ancora dare questi mega-raduni organizzati, se non altro per farsi forza e coraggio nel non mollare il buon combattimento della fede.
Stamattina sul Ponte di Verrazzano sarebbero stati in 140mila a voler partecipare alla maratona più maestosa del mondo, la New York City Marathon 2010. Solo 48mila (dei quali quasi 4000 italiani e più di qualche padovano) sono riusciti a vincere la gara iniziale, quella di conquistare un pettorale per poter entrare nella gabbia e lanciarsi alla conquista del traguardo. Anche qui stamattina si sta celebrando una liturgia, con i suo riti iniziali e i suoi santi patroni. Da una parte il cardinale Bagnasco dall’altra Haile Gebrselassie (primatista mondiale sulla maratona). Da una parte la folla che invoca o prova ad invocare Dio con cuore unanime, dall’altra parte la folla che parte dall’uomo e dalle sue potenzialità per ringraziare del dono della vita e della salute. Sono forme di liturgia tra loro parallele. Anche se l’ecumenismo di cui si mostra capace la corsa – stamattina qui sono rappresentate quasi tutte le nazionalità – è ancora lungi dal poter essere celebrato e cantato nelle nostre cattedrali dove i cuori sono molto più difficili da lavorare dei muscoli di un atleta. Ma pur sempre di corsa si tratta: nella Piazza del Bernini s’insegna la corsa verso il Cielo, nelle piazze della Grande Mela s’insegna la corsa come forma di ascesi, seppur senza religione.
Eppure sport e fede non possono più rappresentare l’antica lotta tra popolo pagano e popolo cristiano, tra i fedeli della domenica e coloro che la domenica si riversano lungo gli argini o sulle montagne per sfidarsi. Sport e fede sono due sorelle in cerca di una conciliazione perché l’esperienza che invade e conquista l’animo di un atleta che s’addentra nello sport ha qualcosa che rinvia al concetto stesso del rapimento, dell’estraneazione, dell’estasi, della perdita e del ritrovamento di sé. Termini che non sono per nulla estranei alla teologia cattolica e alla spiritualità che si tramanda di generazione in generazione. Dal momento che l’ascetica sportiva e quella religiosa tendono a ritrovarsi sotto il medesimo traguardo: quello di mettere l’uomo nudo di fronte a se stesso e spingerlo verso il massimo potenziale di bene di cui è capace nel tentativo di accenderlo.
I primi martiri pregavano sotto terra per tenere accesa la loro fede. Edison Peña (uno dei 33 minatori cileni rimasti intrappolati nella miniera) ogni giorno sotto terra percorreva dieci km di corsa per non perdere la speranza d’essere vivo. Sul Ponte di Verrazzano gli organizzatori l’hanno voluto a tutti i costi, come ogni parroco a tutti i costi vuole la statua del santo patrono nella sua chiesa. Perché quel minatore anonimo potrebbe essere il testimone credibile della liturgia sportiva, quella che lavorando sui muscoli è capace di lavorare anche sull’anima. Fino a farti supporre che lo sport sia uno dei segreti per non impazzire in certi passaggi faticosi dell’esistenza umana.
A Piazza San Pietro o sul Ponte di Verrazzano le prospettive non cambiano. Dal momento che la sfida più grande per entrambi sarà quella di scoprire, a battaglia conclusa, d’averci creduto fino in fondo. E di essersi fatti trovare pronti nel momento cruciale in cui si gioca la sfida. Chi si distrae in quel momento sarà un atleta sconfitto. Oppure un cristiano per nulla credibile.

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