Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

bavaglioQuello di Edipo divenne celebre fino a portarne nei secoli il suo nome: “complesso di Edipo”. Poi venne Narciso e la sua bellezza, Sisifo e la sua pretesa onnipotenza. Ma nulla sembrava spaventare chi vanta l’onorevole sicurezza d’essere il migliore uomo politico degli ultimi 150 anni. Almeno fino a qualche sera fa, sulla soglia della Porta di Bruno Vespa. Probabilmente quella puntata sarà ricordata per avergli presentato un complesso che lo sta facendo innervosire: il “complesso di Gabriel Garko”. Ovvero la fiction che per una serata strapazza una vittoria data per certa e costruita a tavolino. Pure Anno Zero al suo esordio stagionale venne battuto da don Matteo, programma estraneo alla politica. Incuriosisce che la fiction batta la presenza della politica e di quei figli ai quale la storia ha tributato grandi doti comunicative. Incuriosisce perchè nell’attimo in cui la storia dell’uomo sembra diventare una fiction a tutti gli effetti la gente spera che la fiction diventi storia. E in tal contesto opta per una sana distrazione che ringiovanisca i suoi pensieri.
Ieri sono scesi in piazza ancor più convinti, magari con Repubblica sotto il braccio: perchè all’informazione è stato messo il bavaglio. Sono due immagini eloquenti: l’informazione e il bavaglio. Partiamo dal secondo: il bavaglio lo si mette al bambino perchè non si sporchi, al nonno perchè non macchi i vestiti, al malato per evitare contagi. Fino a qui è d’aiuto il bavaglio. Ma lo si mette al bambino pure perchè fuori di casa non si lasci scappare qualche mezza verità, al nonno perchè non lavi i panni sporchi all’osteria, al fratello perchè non dica la verità al padre dubbioso. Il bavaglio protegge ma anche impedisce, con il bavaglio si può fare un grande servizio ma anche infliggere una delle più grandi umiliazioni alla dignità della persona e della società. E poi l’altro termine: l’informazione. Per uno strano gioco letterale se si scompone il termine informazione s’ottiene un augurio splendido: “in – forma – stare”: perchè quando nacque questa meravigliosa realtà questo era il suo genuino sapore, quello di far star bene con se stesse e con gli altri le persone che si trovavano a condividere la medesima storia umana. Perso questo suo smalto originario, l’informazione divenne disinformazione, ovvero una ricetta bella per sformare la persona e il suo intuito. Una volta sformata – un’idea, una persona, una notizia – perde di appetibilità nei confronti della gente e non cattura più l’attenzione e la simpatia verso di lei. Il fisico si sforma con una dieta scorretta, il cervello si sforma mettendo il bavaglio all’informazione, cioè impedendo ad un’idea di tenere in forma il pensare dell’uomo.
Si protesterà per un governo autoritario o per una trasmissione faziosa, per un’informazione giusta o manipolata, per uno share di medio o basso gradimento: ma questo non farà la differenza. Qui qualcuno si sta accorgendo che a forza di sentire un’informazione già preconfezionata anche il suo cervello s’appesantisce, inizia a ragionare per luoghi comuni, si mostra di sopportare carichi di insulti pesanti. Diventa un cervello “farabutto” che nuoce al bene comune come un ago nuoce al pallone gonfio: un soffio impercettibile e dopo una decina di minuti del pallone non si può più fare uso. Almeno lasciamo stare il Cielo, altrimenti tornerà quell’altra sindrome, quella di “donna Prassede” la quale diceva spesso agli altri e a se stessa che tutto il suo studio era di “secondare i voleri del cielo”: facendo lo sbaglio di prendere per cielo il suo cervello. La visione sbagliata di Prassede o il bavaglio all’informazione producono entrambi lo stesso effetto collaterale: un’anestetizzazione di massa del pensare collettivo.

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