Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
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Oggi, 24 maggio, l’Ordine dei Predicatori, con tutta la famiglia domenicana, ricordala traslazione di San Domenico. Si chiama traslazione perché la prima sepoltura di San Domenico, avvenuta a Bologna, il 6 agosto 1221, sopraffatto dalla fatica dei viaggi apostolici, nel coro di san Niccolò delle Vigne, come da lui richiesto («sotto i piedi dei miei frati»). Solo successivamente, con Giordano di Sassonia, successore come Maestro Generale dell’Ordine al castigliano, si decise di onorare la sepoltura del santo fondatore con un’arca. Fu dunque fatto esumare il corpo e trasferito, il 24 maggio 1233, in un sarcofago di marmo. Nel 1267, il beato Giovanni da Vercelli, VI Maestro Generale, ordinò la costruzione di un a nuova arca. Eseguita da Niccolò Pisano e completato poi da Niccolò di Bari, fu aperto il 15 febbraio 1383 – durante il generalato del beato Raimondo da Capua – per l’estrazione del capo: fu l’ultima volta che le ossa del santo Padre vennero alla luce, nonostante seguirono ulteriori traslazioni. Il 17 aprile 1943, per sottrarli alla minaccia delle incursioni aeree, i preziosi resti furono riposti in un rifugio blindato e di lì ritirati il 23 agosto 1946, per poi essere ricollocati nella candida arca marmorea, ancora adesso visibile, nella cappella di San Domenico, sulla navata destra della basilica di San Domenico, a Bologna.

I dettagli riguardanti la conservazione del corpo del santo sono molto interessanti, perché evidenziano alcune peculiarità. È solo successivamente, dall’epoca di Dante in poi, che, in parte per specularità con san Francesco, i frati si prodigano in un culto del santo fondatore, dando vita ad una più nutrita iconografia e ad un crescente florilegio aneddotico. Fino a quel momento, il canonico castigliano non godeva di particolare fama di santità, né riceveva particolare devozione, da parte dei fedeli che gli preferivano, piuttosto, tra gli altri, un santo cui furono attribuiti da subito diversi miracoli, come san Pietro Martire, morto assassinato nei boschi della Barlassina (oggi, amministrativamente in provincia di Monza e Brianza, nei pressi di Seveso, nei luoghi dove sorgeva il seminario diocesano). Ancora oggi, l’aspetto che forse più colpisce è il forte innesto nella Chiesa, per cui, nonostante la celebrazione del proprio calendario di santi, non vivono all’ombra dei santi, ma all’ombra di Cristo, nella consapevolezza che ogni azione della Chiesa e dei suoi membri è chiamata ad avvenire nell’accordo tra “lo spirito Santo e noi” (At 15, 28).

Dopo i secoli gloriosi delle università cittadine, ancora oggi, i frati di san Domenico, con l’abito bianco ereditato dai canonici premostratensi (e, forse, anche la medesima propensione nei confronti della birra), abitano le città, come ci ricorda un detto medievale: «Bernardus valles, montes Benedictus amabat, oppida Franciscus, celebres Dominicus urbes»[1]

Nel nome del Signore e di san Domenico (“in Domino ac in Dominico”), si impegnano nella vita fraterna, nella contemplazione e nella predicazione. In seno alla Chiesa, assidui al confessionale e alla direzione spirituale, accompagnano gli uomini e le donne del nostro tempo nella preghiera, nello studio, nel lavoro e nello svago, nella consapevolezza che “Dio aveva creato l’uomo secondo la forma della carne umana, che il Figlio senza peccato avrebbe indossato e che Dio conosceva prima dell’inizio dei tempi”[2]


[1] Bernardo (con i suoi monaci) ama le valli, Benedetto i monti, Francesco i borghi, Domenico le città famose

[2] HILDEGARDIS BINGENSIS, Liber diuinorum operum, II, 1, 43, cur. A. Derolez, P. Dronke [CCCM, 92], Turnholti 1996, pp. 328 – 329: Creauit Deus hominem secundum formam humanę carnis, qua filius eius sine peccato induendus erat, […] quam Deus ante secula presciebat.


 Fonte immagine: Daniele Cassani


 Per ulteriore approfondimento:

• G. Festa – M. Rainini OP (a cura di), L’ordine domenicano: storia, figure, istituzioni, Quadranti Laterza, 2016
• M. Rainini, “«Plus quam vivus fecerim, mortuus faciam contra eos». Vita, morte e culto di Pietro da Verona a Milano”, in Rivista di storia della Chiesa in Italia Vol. 65, Vita e pensiero, N. 1 (GENNAIO-GIUGNO 2011), pp. 31-55, tramite JSTOR
• D. Prudlo, “The Assassin – Saint: the life and cult of Carino of Balsamo”, in The Catholic Historical Review, vol. XCIV, Gennaio 2008, n.1
• D. Prudlo, The martyred inquisitor: the life and cult of Peter of Verona, Aldershot: Ashgate (2008)
San Domenico a Milano

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