Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

petaliI petali di rosa lasciati sull’asfalto, le melodie latine sparse nell’aria di paese, la lunga processione tra le abitazioni vestite a festa: e quel Cristo – abbracciato dal prete nell’ostensorio – che s’addentra festoso sfiorando porte, campanelli e numeri civici. La processione del Corpus Domini: di un Dio Eterno che si trasforma in un pezzo di pane per spargere nell’aria quella fragranza profumata che si respira davanti al laboratorio del fornaio di primo mattino: profumo di pane, profumo di Cielo, profumo di Dio. Strana storia quella della processione: disturba i camionisti, costringe i negozi ad abbassare le serrande, obbliga i fedeli ad alzarsi dai banchi. Eppure, a ben pensarci, ogni volta che si celebra l’eucaristia si è poi costretti alla “processione”: ogni domenica il cristiano dovrebbe uscire dalla Chiesa e infastidire, provocare, svegliare, additare, incitare e smuovere. Perchè – come un ostensorio vivente – a celebrazione conclusa porta il suo Signore dentro gli stracci della sua umanità.
E ogni messa è sovversiva: perchè questione di memoria e di creatività.
Una memoria pericolosa, ai confini con la rivoluzione: perchè Dio m’interpella oggi, la sua Parola s’inabissa nella mia giornata, la lucentezza di quel Pane duella con le mie tristezze. Non è la memoria dell’antiquario: che prende un vecchio inginocchiatoio e lo conserva nella sua fresca antichità. E’ più la memoria del veggente che, scrutando e penetrando, tenta di scoprire il segreto dell’eterna giovinezza perchè “chi mangia questo pane vivrà in Eterno”. Quel Pane scompiglia, scombussola e infastidisce perchè chiede d’essere spezzato, condiviso, rischiato: chiede di non esser abbandonato nella credenza della cucina. O nell’oscurità del cuore. Eppure all’eucaristia ci s’avvicina spesso distratti, disattenti, noncuranti dell’altezza profonda di quell’istante: e la memoria non s’accende, tutto rimane come prima, l’occasione di ribaltare la storia è stata persa. T’avvicini come un accattone al sacerdote: te ne ritorni al posto che sei divenuto il nascondiglio di Dio. La miseria diventa il tabernacolo dell’Altissimo perchè “dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20): tanto per non giocare al risparmio. Peccato poi sul sagrato della Chiesa si parli di polli arrosto, di mercato calcistico, di quisquiglie parlamentari: la memoria non è diventata rivoluzione. E nessuno s’accorge più del cristiano.
Una memoria creativa, al limite del paradosso. Perchè quel Pane, inabissatosi nell’anima, risveglia e toglie il velo di tutta una ricchezza che abita dentro di noi. E che l’aria che respiriamo ci ha gentilmente addormentato perchè non infastidisca il sonno dei molti. Ebbene: l’Eucaristia rovescia tutto, la Parola di Dio fa il resto. Accostandosi all’Eucaristia si diventa uomini creativi. E la creatività impaurisce perchè ribalta gli schemi: come nell’Antico Testamento quando l’acqua saliva verso il cielo e la manna scendeva sulla terra. La creatività spinge, libera, accende, trasforma la debolezza in potenza. Ti mostra il vero volto della Chiesa: oltre gli incensi, le navate fiorite e il ribollire dei paramenti quel Pane t’aiuta a scrutare il Volto che la abita e che in essa si nasconde. Tutt’altra cosa da quel senso di fastidio, dalla nausea moderna che avvolge i pensieri al rintocco delle campane. E al fiorire della domenica, giorno di festa.
La fragranza del Pane e il fascino di un Volto: con l’obbligo di uscire dalla Chiesa. Per trasformarsi in sale e luce del mondo: una processione sovversiva.
La prendessimo sul serio, occorrerebbe veramente fermare le macchine.

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