Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

AdamGemili

Quel crac è stato un’annunciazione, l’annunciazione perversa: “Addio sogni di gloria, vecchiomio!” Un’annunciazione di rumori e di dolori: il ginocchio ha ceduto, il tendine è saltato in aria. A Rio 2016 Adam Gemili, velocista battente bandiera britannica, mise nella sua cassaforte la medaglia di legno, ch’è la non medaglia più pesante: il crono, corsi i 200 metri, s’arrestò appena 6 millesimi di secondo dopo il colore bronzo. Di notte, quella notte, il sonno gli rise in faccia, lo sfottè, gli consigliò d’andarsene pure a spasso, senza nessuna medaglia al collo: «Avevo bisogno di uno spazio per piangere – dichiarò dopo -. Dove nessuno mi vedesse. Non ho mai pianto così». Scese giù, nella mensa del villaggio olimpico, che era notte fonda. Chi lo udì piangere, raccogliendone i singhiozzi, giura che quelle lacrime parevano secoli d’annate che, fuoriuscite dal tempo, sfilavano lente in processione per poi mettersi a danzare. Pantagrueliche, affamate, vigliacche. Mare di onde-singhiozzi.
I detrattori si aspettano da te che tu precipiti per parlare dello schianto, del fragore, dei danni: invece tu cadi volteggiando, come una piuma. Adam fa le valigie, pianta la tenda a Jacksonville, assai lontano dagli affetti: c’è un’ossessione, la più gigante da inseguire, gli anni sgattaiolano via veloci se non sei così accorto da coglierli: «Ci sono stati molti sacrifici da fare – ricordava poco prima delle Olimpiadi -, ma non sono un diciottenne. Sono nell’età in cui ho bisogno di andare in una finale, portare a casa una medaglia». La medaglia, nessun altro oggetto fuorchè la medaglia: «Una medaglia olimpica è il più grande riconoscimento e il più grande onore che può ricevere un atleta. Scambierei qualsiasi titolo mondiale con un oro alle Olimpiadi» (J. Fenech). Fu così, con l’ossessione della medaglia davanti, che Adam Gemili attraversò il deserto della pandemia: resistette, insistette. S’era allenato al dolore, alla sopportazione, alla resistenza: per questo, quel crac di Tokyo era un insieme di voci, una diagnosi incontrovertibile, una sentenza senza alcun margine d’appello. Nessun problema, comunque, in mezzo a quel problema, a quel casino olimpico: ai sanitari chiede di farlo stare in piedi sui blocchi di partenza dei 200 metri. Poi se la vedrà lui. Accada quel che accada, ma quella non è una gara qualsiasi: la correrà. E accade quant’è accaduto: il tempo d’alzarsi dai blocchi e le mani s’infilano tra i capelli: gli altri son già oltre la curva, ognuno dritto nella sua corsia a sfilare come treni ad alta velocità.
Gemili li lascia (s)filare, sempre più lontani. Lui, lontano, passeggia. Lento, passeggia.
Passeggiare, per un atleta di velocità, è l’incubo per eccellenza: al massimo lo si fa quando, prossimo al traguardo, ti accorgi che più nessun avversario sta dentro il cono del tuo sguardo. Passeggiare all’inizio è (quasi) un’ammissione di resa. Quasi, per l’appunto: perchè Gemili i suoi 200 metri li passeggia tutti, non esce mai di corsia, li divora un passo dopo l’altro, un centimetro alla volta. Sono i 200 metri di una lumaca che, per cinque anni, sognava d’essere ghepardo: c’è da giurare che il dio Olimpo, da qualche parte, faceva grrr. O sorseggiava un aperitivo. Eppure Adam, la medaglia, sentiva di poterla accarezzare così da vicino da indossarla. “Nulla da fare, signor Gemili: ritenti un’altra volta, sarà più fortunato”. Lascia dentro la tasca il foglietto pieno di critiche che, negli ultimi anni, era stato il suo carburante: «Non lo guardo spesso, ogni tanto mi serve come benzina. Ho un’ossessione per le medaglie individuali. Vincerne una in staffetta è stato bello, ma da soli è un’altra cosa. Tutti vogliono le vittorie individuali. Sei giudicato per quelle» disse anni fa in un’intervista. Aveva giurato di tenerlo fino ai giochi di Tokyo e poi tirarlo fuori come corredo di una sua eventuale medaglia. Niente! Toccherà tenerlo in tasca fino a Parigi.
Cinque anni d’attesa sono un’attesa olimpica più un anno supplementare: ci vogliono le palle per riuscire a giocarsi i tempi supplementari dell’attesa. C’è pur sempre un aspetto dorato, però: per le prossime Olimpiadi occorrerà aspettare tre anni, non più quattro. Il tempo perso ieri qualche dio lo anticiperà domani. Qualcosa cambia? La storia, di sicuro, no: cadrai e ti giudicheranno, ti rialzerai e te ne fregherai. Perchè, alla fine, i tuoi metri li hai corsi. E’ vero, li hai corsi In due minuti (1’58”, ndr): “È stata un’odissea!”, dirà qualcuno. Che, però, nasconde la sua personale Iliade, l’Iliade di Adam. Perchè ogni medaglia ha sempre due facce. Le due facce di una medaglia.

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