Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

SilviaAvallone

All’udire la parola “fiera”, ancor oggi la mia anima si rallegra. Sono figlio di una terra a trazione e tradizione agricola: ancora bambino, nei giorni della fiera, vedevo darsi appuntamento i venditori e i compratori di bestiame, anche di altri prodotti. Alla scuola del nonno, appresi che tutto quell’ambaradan era legato a qualche ricorrenza liturgica: “La fiera di san Matteo, la fiera di santa Caterina”. Era, dunque, una festa dell’intero paese: gioia per i bambini, liturgia d’incontro per l’adulto, narrazioni di partenze, di nuovi approdi. Alla fiera qualcuno compra, altri vendono, c’è gente – e questo m’affascina tutt’oggi – che va in fiera perché ha qualcosa di bello, di buono da presentare. Modestia a parte, l’essere convinti d’avere qualcosa da spartire con gli umani, per taluni è una forma di servizio, una sorta di educazione civica, complemento d’identità. Alla fiera si crea cultura.
La «Fiera delle parole», che oggi riapre i suoi battenti a Padova e dintorni, ha sempre pungolato la mia intelligenza: a colpirmi è l’abbinamento della parola “fiera” – luogo d’incontro, di scambio, di condivisione – con la nobiltà del termine “parola”: non-solo-sillabe, ma arnesi per narrare la vita, miscuglio di pensieri, di agguati letterari. Fiera-delle-parole non è fiera-delle-chiacchiere: le prime sono capaci di risvegliare, provocando; le seconde, nella loro prevedibilità, tendono a far appisolare il pensiero, la curiosità, la ricerca. Nel destino, anche civico, della città, la letteratura ha un potere sovrumano, quasi insopportabile da reggere: la condivisione della certezza, mai banale e sempre consolatoria, che la storia è abitata da vicende umane comuni, non solo dalle grandi gesta degli eroi. Che la persona più umile e dimessa, fin quasi canzonata, può diventare la protagonista di un romanzo da batticuore, l’esca di un trattato sommo di teologia, la trama di un componimento in versi. C’è un di-più, però, che mi affascina: la capacità del grande artista – sia esso scrittore, poeta, regista – di dare voce ai sentimenti, ai moti dell’anima della gente che scrive le pagine di storia. Il giornalismo scrive la cronaca degli eventi: è dello scrittore cercare di penetrare l’evento per prestare la voce ai soggetti protagonisti. È il regno della poesia, dove la parola “poesia” è lungi dall’apparire un’inutile perdita di tempo, ma rimane l’arnese migliore per ritrarre il lato intimo della cronaca, per cucirci la vita addosso, per fare in modo che un fatto accaduto non divenga illeggibile come un codice-fiscale, ma abbia i connotati di un pentagramma: note dolci, solenni, acute, gravi. Note, non cifre.
È di questi giorni un fatto di cronaca, l’ennesimo, che sta sconvolgendo quell’Italia che, grazie al Cielo, mostra di non essersi abituata al male: l’omicidio di Noemi. Tutt’attorno si sta annunciando un mondo, adulto e adolescente, da decifrare. Spulciando, nei giorni scorsi, il programma della «Fiera delle parole», ho notato la presenza di una “penna” preziosa, Silvia Avallone: la sua scrittura, per me, è la celebrazione della quotidianità, colta nella rudezza che le è propria. I suoi romanzi – Acciaio, Marina Bellezza, Da dove la vita è perfetta – hanno come protagonisti degli adolescenti in stato di vorticosità accelerate, delle madri smunte di fatica, scavate dall’apprensione, adulti in canottiera, malavitosi, operai. Racconta, dopo averle incontrate e fatte sue, storie di gente feriale colte, come direbbe il buon Manzoni, nel «guazzabuglio» del loro cuore. La sua non è cronaca-chiacchiericcio: è parola-poetica. Non esiste storia che sia meno degna di essere raccontata rispetto ad un’altra. I cuori dei suoi personaggi abitano sempre l’attesa: da un attimo all’altro, un senso potrebbe ficcarsi dentro, illuminando quella loro storia. Alla «Fiera delle parole», da Silvia, ci sono andato per questo: siccome l’esteriorità di un omicidio mi annoia, ho urgenza di parole-di-poesia che dicano l’interiorità del gesto. Non ha dato soluzioni: non esistono soluzioni alla vita. Esistono sentimenti da scrutare: diventeranno soluzioni.

(da Il Mattino di Padova, 17 settembre 2017)

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