Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”.
Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro”.
(Vangelo di Giovanni, cap. 1 vv. 35-44)


Le quattro del pomeriggio!

discepoliDuro lavoro quello di Giovanni Battista. Lungo le rive del fiume Giordano, sulle rive di quel mare che tutti chiamano Morto, cerca di scuotere le coscienze addormentate degli ebrei con le sue parole di fuoco, con lo sguardo impetuoso, con il grido innamorato. Ma non è facile convincere gli uomini e le donne di ogni tempo che non ci si può accontentare di indossare il vestito all’ultima moda, di possedere un ricco conto in banca e una macchina rombante, di avere il frigorifero pieno e la televisione accesa.
Anche se non è tutto grigio sulle acque di quel mare dal nome così cupo.
Un pomeriggio qualsiasi. Due discepoli si erano alzati per raggiungere Gesù di Nazareth. Uno di loro si chiamava Giovanni, come il battezzatore. Era un giovanotello tutto pepe, figlio di Zebedeo, ricco pescatore di quella riviera, e di Salome, donna sveglia, ambiziosa e lesta di lingua. Ma anche generosa e coraggiosa.
Giovanni e Andrea, un suo compagno di merende, non ci avevano messo molto a raggiungerlo, ma non sapevano come attaccare discorso. Gli si erano messi a camminare dietro come se lo stessero pedinando. Poi, all’improvviso, Gesù si era girato e li aveva guardati negli occhi: “Che cercate?”. Ai due si era impappinata la lingua e invece di rispondere nel mondo più logico: “Cerchiamo te”, era uscito un impacciato: “Maestro, dove abiti?”.
Giovanni si sarebbe dato una botta in testa: Che stupidi! Uno ci chiede cosa cerchiamo e noi, invece, di rispondergli: “Cerchiamo te, è per questo che ti stiamo seguendo”, gli diciamo: “Dove abiti?”. Con il rischio che adesso Questo risponda: “E a voi, cosa importa?”. I due partono e rimangono con Lui fino alle quattro del pomeriggio. I vangeli non riportano cosa si sono detti, ma l’incontro fu esplosivo: lasciarono tutto e si misero con lui. E uno di loro, Giovanni, quando quasi novantenne scrive il suo Vangelo, ricorda ancora l’ora di quell’incontro: le quattro del pomeriggio.

I personaggi che compaiono nella prima scena sono i discepoli e Giovanni Battista. Fra il Battista e Gesù di Nazareth – amici di vecchia data – non c’è scambio di parole; il Battista parla ai discepoli, non a Gesù. C’è invece un botta e risposta fra Gesù e i due che lo seguono. Il personaggio centrale è Gesù: è Lui che Giovanni addita.
“Giovanni stava di nuovo là” (1,35): è una figura ferma, immobile com’è suggerita dal verbo all’imperfetto e dall’annotazione che egli si trova nello stesso luogo del giorno precedente. Lui non deve andare in cerca di Gesù ne, poi, seguirlo. La sua funzione è di accorgersi di Gesù quando passa, di riconoscerlo e di additarlo.
“Fissato lo sguardo su Gesù che passava” (1,36): è un guardare intenso e penetrante, uno scrutare come quando si vuole identificare la verità di una persona. Giovanni è descritto all’imperfetto, ma parla al presente e vuole attirare l’attenzione dei discepoli perché guardino Gesù che passa e comprendano quello che Lui ha compreso: “sembra quasi che Giovanni voglia che il suo sguardo divenga anche quello dei suoi discepoli”. Gesù non è diretto verso il Battista, sta semplicemente “passando”: nulla sulla provenienza, sulla direzione, sul motivo. Non s’arresta. Prosegue! Tutto sembra segnato dalla casualità, come spesso accade nelle cose della vita, anche le più importanti.
Andando oltre senza fermarsi ( e difatti i due discepoli per stargli accanto devono andargli dietro!), Gesù fa tramontare la missione del Battista. Questa è la sua grandezza: indicare Colui che viene e poi tirarsi da parte.
“E i due discepoli lo sentirono parlare e seguirono Gesù” (1,37): l’ascolto precede la sequela. Ascoltano Giovanni, ma seguono Gesù. Non si segue il testimone, ma Colui che la testimonianza ha indicato. “Ascolta, Israele”: ascoltare è la prima emergenza, la primizia richiesta. Abbandonano la cattedra del vecchio maestro. Non perché delusi, ma perché hanno trovato un “di più”.

Guarda la differenza con il giovane ricco del vangelo di Marco. Loro intuiscono subito che l’occasione è unica perché nella vita nulla si ripete. Le ore, i giorni, gli anni e ciò che essi offrono non sono né fotocopiabili, né riciclabili. Sempre! O li firmi, li vivi da protagonista, o li perdi! Scrive Sergio Quinzio, una figura di spicco della cultura del ‘900 italiano: “In fondo, la cosa più grave è che alla felicità non crede più nessuno”, troppo grande è la speranza che sta davanti per essere accettata dalla nostra delusa stanchezza”. Quanta malinconia è diffusa oggi, gente! Sta venendo meno il sapore della vita. Forse perché siamo sazi di tutto. Fermarsi un po’ a fare il pieno sembra da falliti. Tu non vuoi perdere tempo per riempirti il serbatoio, ma sappi che ne perderai molto di più se rimarrai a metà strada. La gente spesso ci vuole “su misura”. Ripetitivi. Senza scatti di novità. Non ama essere provocata. E temo che talvolta noi ci limitiamo ad essere fornitori solo delle taglie richieste. E come fatturato un pugno di tristezza in più. La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro a casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. La solitudine più nera non la provi quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi più accendere, neppure per un eventuale ospite di passaggio. Hai ragione: si può vivere anche di pubblicità, di vestiti firmati, di canzonette, di pallone… il somaro di zio Checco è grande e grosso e non conosce Gesù. Ma prima o poi – tra la collezione di Warhammer, la raccolta della Panini e le schede telefoniche – anche in te nasce il desiderio di capire te stesso. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita, quello che ti circonda, la storia. E a questo punto non puoi fare a meno di conoscere Gesù: niente è più comprensibile. Egli è venuto in mezzo a noi e ci costringe a fare i conti con Lui, a scegliere, a decidere. Spaccone? Mi spiace, ma questa è la storia!

Guarda i due discepoli: hanno firmato un salto di qualità! A differenza dei pescatori che Gesù ha chiamato sulla riva del lago, i due discepoli di cui parla Giovanni erano già uomini in ricerca. “Seguire” non è un verbo qualsiasi. Potrebbe significare che i due discepoli andarono dietro a Gesù per sincerarsi della sua identità. Ma nel vangelo di Giovanni “seguire” significa “camminare insieme”, ma dietro, non a lato o davanti. E’ il Maestro che decide la strada, non il discepolo.

“Che cercate?” – “Dove abiti?” – “Venite e vedrete”
simonpietro1“Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: Che cercate?” (1,38): voltandosi e guardandoli Gesù prende l’iniziativa. Per guardarli ha dovuto girarsi: un gesto voluto e intenzionale. E il verbo guardare non pennella uno sguardo veloce e casuale, ma uno sguardo che si sofferma, che indugia. Gesù ha osservato per qualche istante il cammino dei due discepoli. Dopo un tratto di strada percorso in silenzio, pone la domanda decisiva: “Che cosa cercate?”.
Sono le prime sillabe che Gesù di Nazareth pronuncia nel vangelo di Giovanni. Con la sua domanda, gentile e rispettosa, Gesù non chiede “chi” ma “che cosa”. Non dunque: “cercate me?” – che sarebbe ovvio. Ma: “che cosa sperate di ottenere seguendomi”. Gesù interroga non per informarsi, perché Egli conosce tutto fin dall’inizio e penetra i cuori. Egli domanda per provocare la risposta, per suscitare una sete, per far esplodere un desiderio! “Cercare” esprime la passione, il desiderio, lo slancio. Ebbene, qual è il tuo desiderio primario?
Alla domanda di Gesù che sollecita dei chiarimenti, i due discepoli rispondono con un’altra domanda. Come tutti i verbi del racconto, anche “abitare” può semplicemente voler dire risiedere, soggiornare, alloggiare. In questo caso i due discepoli chiedono a Gesù che passa dove abita e dove tiene scuola, dove si può trovarlo. Ma sarebbe una domanda superficiale. I discepoli, con quella domanda, vogliono dimostrare che a loro sta a cuore la vera ricerca: dimorare con Gesù, seguirlo nella sua vita, condividere la sua missione e il suo destino.
Gesù di Nazareth non dice che cosa vedranno né quando. E’ stando con Lui che il loro futuro si dischiuderà ai loro occhi. Seguire Gesù non significa sapere già dove Egli conduce. Il saggio e titubante Tommaso, l’apostolo che nutre una voglia pazza d’esser certo che il Maestro è risorto, un giorno dirà: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (14,5). Tommaso è convinto, come tutti, che per conoscere la strada bisogna prima conoscere la mèta a cui si vuole arrivare. Per Gesù di Nazareth è vero il contrario: quando si conosce la via giusta, si giunge anche alla meta giusta! La via è seguir Gesù, e questo i discepoli lo sanno. L’importante è conoscere il cammino: la meta si troverà di certo alla fine. Gesù non è stato scoraggiante con Tommaso, ma chiaro.
I discepoli – su invito di Gesù – (1) vanno, (2) vedono e (3) dimorano. Andare (richiama la musica suonata dai piedi sulla polvere della strada), vedere (è la sinfonia di occhi che incrociano altri occhi per osservare lontano) e dimorare (la poesia del cuore che trova pace nell’amore) tracciano le sfumature di ogni vero innamorato che si mette sulle orme del Maestro di Nazareth.

“Venite e vedrete”! Il Signore è fatto così: difficilmente lo trovi dove pensi di averlo lasciato. Trovi sempre la sorpresa dell’inedito. Rimani sempre spiazzato dal colpo di scena. E’ un po’ come in certi problemi di matematica dei tuoi libri di scuola dove al fondo, tra parentesi, viene indicato il risultato. Tu sei felice quando, al termine dei tuoi calcoli, ti accorgi che il risultato coincide con la risposta del libro. Ebbene, con Dio questa soddisfazione ti viene quasi sempre negata. E sperimenti quanto sia vero quel versetto di Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Ne vuoi la prova? Sull’arcata di un ponte di Padova leggo: “Io e te tre metri sopra il cielo”. Una penna giovane, un cuore innamorato (più o meno), un’anima in pena? Forse un po’ di prurito veloce? Chissà! Suoni, profumi, colori e odori di un mondo che vorrebbe scappare da se stesso. Il mondo urla l’assurda follia di vivere “tre metri sopra il cielo”. Dio, come risposta, ri-torna a farsi uomo per forzarlo a rimanere con i piedi per terra, ad annusare il sapore della sua umanità, ad innamorarsi della sua fragilità. “Cammino scalzo per sentire quello che mi sussurra la terra” – scrisse sul suo diario Abebe Bikila. Preziosità mai intuita della terra: un miscuglio di polvere, genio ed eternità in cui Dio addita all’uomo la direzione verso l’eternità.
Perché vivere “tre metri sopra il cielo?”. Che vigliaccheria! Lassù ci vivono gli esuli, coloro che rimpiangono la pentole piene di cipolle in Egitto e non s’accorgono che erano scaldate dalla schiavitù, coloro per i quali è meglio subire la storia piuttosto che correre il rischio di scriverla, per cui è meglio arrendersi che combattere, più affascinante dormire appisolati piuttosto che rischiare di imparare a volare! “Venite e vedrete”. Non offre sconti, soluzioni veloci, prestiti bancari: la concorrenza non l’ha mai sofferta quell’Uomo! Ma noi preferiamo vivere lassù, correndo il rischio di non leggere che ti ha scritto “T’amo” sulla roccia davanti al portone di casa tua. Lassù perché ci fa paura la Bellezza, proviamo paura quando vediamo il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano nei crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna… Ci fa paura annunciare la bellezza di Dio su tutta l’arcata della cattedrale dell’universo!
Pazienza! Noi siamo fatti come gli uomini e le donne del tempo di Gesù: quello che ci rompe cerchiamo di evitarlo. Ma almeno sappiate che non possiamo continuare a fare questi giochetti all’infinito. Ci vuoi credere? Prova a vivere come Lui, alla grande, come un grande rompi, e poi dimmi se non lo senti vicino a te. D’altra parte, stammi a sentire. Come avrebbero fatto i cristiani ad arrivare fino ad oggi se non fosse stato vero ciò che Gesù ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo?” (Mt 28,20). Senza di Lui non ce l’avrebbero fatta di sicuro!

Giovanni, quando quasi novantenne scrive il suo vangelo, curiosamente annota l’ora: “Erano circa le quattro del pomeriggio”. Secondo te è stato un incontro banale?

Andrea, Pietro e Gesù
simonpietroBasta attendere qualche versetto e compare la figura di Andrea e di un altro discepolo. Come si chiama? I vangeli non ne tramandano il nome: rimane anonimo. E’ una casella vota che ogni lettore, distratto o innamorato, può tentare di colorare con la sua povera storia di uomo. Il discepolo volutamente ignoto ha il volto del discepolo di ogni tempo.
Andrea incontra il fratello Simone. Incontra: come? Questo verbo potrebbe significare “incontrare per caso”, “imbattersi” ma può anche significare un incontro cercato e intenzionale. Nella prima accezione il testo suggerisce che Andrea parli di Gesù a chiunque gli capiti di incontrare, nella seconda si suggerisce la precisa volontà di parlare di Gesù ad una persona determinata. Nell’uno caso e nell’altro, però, la testimonianza di Andrea non si limita al fratello. Si precisa infatti che egli incontrò il fratello “per primo”. “Abbiamo trovato”, dice Andrea. L’esperienza del Messia è comunitaria! “Nessuno, di qualunque grado sia, vede mai la sommità della propria testa; per vederci chiaro, viene sempre il momento in cui si ha bisogno dell’aiuto di un’altra persona” (tradizione orale peul).
Simone non si avvicina a Gesù di propria iniziativa, ma sembra passivamente lasciarsi portare dal fratello. Non commenta l’incontro di Andrea e, posto davanti a Gesù, non mostra alcuna reazione: né una parola, né un gesto. In tutta la scena Pietro è muto. Forse vuol far trasparire che l’iniziativa appartiene completamente ad altri, ad Andrea e a Gesù, non è sua. Pietro è silenzioso, anche di fronte agli altri. Non racconta a nessuno chi ha incontrato. E’ l’unico dei personaggi nominati che non agisce: né testimonia, né esprime la sua fede. Ma è anche l’unico a cui Gesù rivolge una parola che gli cambia il nome. E’ stato il fratello a portarlo da Gesù, ma sono le parole di Gesù che gli cambiano la vita e il ruolo.
Simone è il nome anagrafico dato dagli uomini, “roccia” è il nuovo nome datogli da Gesù Cristo. Pietro è destinato ad essere “roccia”: di che cosa, in che senso? Non è detto. La parola di Gesù resta aperta, sarà il seguito del vangelo a chiarirlo. Interessante notare come la parola di Gesù – che non dice una promessa, ma una certezza – è al futuri: “Sarà chiamato”.

Devi ammetterlo: Gesù ha fiuto per i campioni, è un eccezionale scopritore di talenti. In tutti c’è un campione, magari nascosto sotto la schiappa, in tutti c’è un diamante, magari coperto da una montagna di difetti, di sporcizia, di schifezze. Ma Gesù lo sa scovare e far venir fuori. Come quei vecchi scultori trentini che da un pezzo di legno rugoso, secco, aggomitolato su se stesso fanno germogliare un volto di donna. Quel Maestro chiama per nome! Il nome: dice il rispetto, la dignità, una storia, un volto, dei lineamenti, un percorso. Chiama le persone per nome: “si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sul palmo delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me” (Is 49,15-16).
Simone. Lo aveva incontrato su invito del fratello Andrea: “Abbiamo trovato il Messia. Vieni a conoscerlo”. Lui ci va. Perché non è uno – come tanti, come troppi, forse come noi – che si accontenta di quello che ha: la barca, il lavoro, la famiglia, gli amici… Vuole di più! Gesù, dopo averlo fissato con i suoi occhi pungenti, lo sorprende, lo anticipa, lo spiazza: “Simone, tu ti chiamerai Pietro”. Pietro, da pietra, da roccia: qualcosa di solido, di robusto, di stabile. Simone, dentro di se’, deve essersi fatta una risata amara. Si conosceva. Sapeva di avere tante qualità, ma non quella di essere roccia. Gli amici, la moglie, la suocera gliel’avevano cantato in tutte le salse: “Ti entusiasmi subito, ma ti sgonfi in un lampo”. Adesso questo Gesù, che lo vede per la prima volta, gli dice: “Ti chiamerai Pietro”. Cederà: ma Gesù non l’ha mai svergognato. E lui, per ripagare non si fermerà. Nonostante le bastonate, la prigionia, la persecuzione. Ormai è una roccia. Gesù, puntando sui suoi pregi e non sui difetti l’ha trasformato! E’ convinto Simone che non bisognava salire in cima al cielo per sopravvivere, non bisognava arroccarsi in una difesa, ma lanciarsi all’avventura del mondo. La razza umana è forte quanto più è varia e quanto più si mette alla prova.

Nel quadro pitturato dall’evangelista Giovanni che ritrae le chiamate dei primi discepoli si intravede una varietà di suoni, musiche, colori, profumi e odori ma lo sguardo è il medesimo. Sono chiamati uomini che stanno camminando (i primi discepoli) e uomini che sono semplicemente giudei osservanti. La chiamata può giungere da voci diverse: Giovanni Battista, i discepoli che l’hanno incontrato, Gesù in persona. E chi è chiamato può essere subito pronto o farsi fotografare con il dubbio dipinto sullo sguardo. Il panorama, dalle altezze vertiginose del Vangelo, è variegato. Ma la chiamata è sempre di Gesù e determinante è l’incontro con Lui, un incontro che apre una storia, che regala una speranza, che lancia sul futuro, non che chiude la storia.
Il futuro! I due discepoli compiono un primo gesto (seguono) e pongono la prima domanda (“dove abiti?”). Il loro gesto e la loro domanda sono ricchi di uno sviluppo insospettabile: li conducono dove essi ancora non sanno. La loro prima scoperta (“videro dove abitava”) e il loro primo trovare (“Abbiamo trovato il Messia”) sono un inizio aperto a insospettabili sviluppi: saranno seguiti da altri sguardi, da altre scoperte. Dentro alla mischia!
Vincitori o perdenti? “Non si può sapere cosa avverrà, se la rovina o la salvezza, il definitivo naufragio o il definitivo ingresso nella vita; l’unica cosa certa resta il fatto che soltanto i coraggiosi porteranno avanti la speranza umana e che soltanto sul loro agire si poserà la benedizione divina” (E. Drewermann, Il messaggio delle donne. Il sapere dell’amore, Brescia 1993 (orig. 1992), p. 44.).

Franco, il cieco che sente Dio!
Una mattina sono entrato nella casa di un vecchio cieco, di nome Franco. La moglie e la figlia l’avevano messo a sedere vicino alla finestra, quando all’improvviso, felice per le tante attenzioni, ha esclamato: “Oggi c’è il sole: non lo vedo, ma lo sento!”. Quella frase, registrata nell’archivio delle mie memorie più belle, ve la ripropongo quale colonna sonora per la vostra vita di ogni giorno. Il Signore, come il sole di Franco, è difficile vederlo; ma non è impossibile sentirlo.
E io sogno che ne avvertiate la presenza, oltre che nella riscoperta di un rapporto più personale con lui, anche nel calore di una solidarietà nuova, nel fremito di speranze audaci, nel rischio di scelte coraggiose coltivate insieme.
Ma soprattutto sogno che dalla nostra comunità, da voi ragazzi, si sprigioni un tale sapore di Vangelo, una passione per le grandi cose che ogni cieco di passaggio, poco importa se reso dalle sventure, dal disinganno o dal peccato, fermandosi sul limitare del nostro quartiere, possa dire: “Il Signore, io non lo vedo; ma qui, in mezzo a voi, lo sento”.

Buona estate: che sia un’estate dalle matite colorate!
GOD BLESS YOU!

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