Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

bansLa politica ha il suo “parla-mento” a rammentarle l’uso che deve fare della parola per poter essere un’arte nobile: ce l’ha ricordato don Marco Cagol giorni fa in maniera fine. La Chiesa ha addirittura la Parola Eterna come monito a non giocare con le parole nel suo esercizio. Non sarà forse un caso che due realtà ben presenti nella società – la politica e la chiesa – da tempo soffrano una evidente disaffezione da parte dei loro fedeli. Una mancanza d’affetto che forse deve qualcosa all’uso errato delle parole. Della politica altri hanno detto.
Il poeta irlandese Oscar Wilde era convinto che il posto che meglio s’addiceva a Cristo era tra i poeti: certamente nelle sue parole lui ci scorgeva qualcosa di profondamente umano, ma l’avvertenza è nobile da sottolineare anche nella chiesa oggi. Sovente nella nostra vita di fede si fa esperienza di parole stanche, infiacchite dall’usura come quei foglietti ingialliti dal tempo nei quali sono infilzate. Parole più simili alle “chiacchiere da comari” che a quella “spada a doppio taglio” di cui parla la Scrittura: ma se la parola è stanca non è più capace di accendere l’ascolto e finisce col rendere lo spirito sciocco e stanco. Eppure il sacerdote sa di annunciare una Parola straordinaria nella sua unicità: Parola che anche senza il suo coinvolgimento e la sua santità di vita sarà efficace. Una Parola, però, che chiede di essere decantata e proclamata con quella nostalgia d’infinito che coglie un poeta nell’attimo in cui nasconde nella brevità di una sillaba l’infinito della realtà. E nell’attimo della consacrazione eucaristica è svelata per intero la sua potenza: la parola del sacerdote (“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”) rende presente ciò di cui parla. Tutte le altre parole – puntualizzerebbe il teologo Karl Rahner – sono semplici interpretazioni dell’eco di quella parola.
Lungi dal raccomandare il perseguimento di un uso stilistico e impeccabile della parola per un afflato fine a se stesso, il cristianesimo svela la sua danza sulle ali della parola dell’uomo. Dopo l’ascolto della Parola e la sua spiegazione da parte del sacerdote, si dovrebbe uscire dalla chiesa zoppicanti e muti perchè interpellati da una Parola che soverchia e atterrisce, innalza e spalanca, strattona e irrobustisce. Svela, lascia immaginare e t’accompagna sui limiti di direzioni che vanno oltre la banalità del quotidiano. Ma quando questo processo viene ostacolato, la chiesa diventa un bellissimo museo, reperto d’arte e di culture millenarie, dedito a chi va cercando con la passione dell’antiquario residui di un passato glorioso. Ma prima di tutto ciò, dentro le navate dovrebbe risuonare lei, la Parola che non conosce tramonto, quella che non torna Lassù senza aver compiuto ciò per cui era stata mandata. Rinchiudere tutta questa potenza e delicatezza nel ludibrio di frasi fatte, nella sonnolenza di riflessioni riciclate, nell’incapacità d’accensione delle anime, porta la gente a seguire quei falsi profeti di cui parlava l’apostolo Paolo che, contrariamente, conoscono alla perfezione come s’accende la curiosità, i passi e i desideri dell’uomo.
La consolazione l’ha nascosta a nome di tutti Giovanni evangelista nel suo prologo quando attestò che “in principio era il Verbo” (Gv 1,1). Non lo slogan (“più messa meno messe”), il bans (“banana cocco baobab”) o la visione dell’ultimo film d’oltreoceano. La Parola basterebbe a se stessa: quell’unica Parola che per vestirti molto spesso ama spogliarti.
Parola delicatissima nella quale imbattersi.

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