Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

FotoFamigliaSono uomini di galera. Quelli che nell’ora della sera s’addentrano nel chiasso silenzioso della solitudine: l’ora della nostalgia di casa, della tavola apparecchiata, delle parole condivise, degli amori che si ritrovano. Antonio è un ergastolano ostativo: da vent’anni tra lui e la sua famiglia – tre figli e una moglie – l’amore s’incunea tra il ferro e il cemento di una patria galera. Ieri l’ho incrociato nella sua cella: fuori il sole tramontava. Era indaffarato al computer: tutto preso a destreggiarsi in quel crepuscolo che in carcere è memoria di progetti infranti. L’ho osservato: da una busta estrae una foto nella quale sono ritratti la moglie e i tre figli. C’è uno spazio lasciato vuoto, accanto alla sposa: l’assenza come forma di una presenza. La scannerizza nel suo computer. Subito dopo prende una foto sua e compie la medesima operazione. Col supporto di photoshop, incastra la sua immagine nello spazio appositamente lasciato vuoto dai figli: è il ritrovarsi di una famiglia che salva dalle fauci della disperazione la loro storia d’amore. Di fronte al mio imbarazzo, le parole di Antonio disarmano: “Questa è la mia famiglia al completo”. Due foto in una foto: in galera il cuore batte con i medesimi rintocchi del cuore degli uomini di fuori.
Una foto impregnata dell’odore acre di sogni infranti; uno scatto che è uno dei tanti «battiti di questo tempo» ai quali Francesco suggerisce di prestare l’orecchio. Gli attimi dell’amore folle e bambino dentro i quali, al calare di ogni sera, quasi per miracolo riappaiono nuovi brogliacci per continuare una storia che s’immaginava perduta. Sono le sere dipinte nei Vangeli: imprevedibili, fastidiose, allarmanti. Le sere nelle quali sembrava non ci fosse più una storia da raccontare e che divennero il preludio di nuovi storie, di un Amore che ogni tanto sembra quasi volersi perdere per poi riabbracciarsi. Come in quella foto che adesso sta sul tavolino di Antonio: è un gioco di sguardi, un incrocio di pensieri. E’ un istante di Sinodo dietro le sbarre, dove celebrare è dare un senso anche a ciò che senso sembra non avere. Per vincere lo struggimento della sera e sapersi ancora dentro l’amore. Tra le mura familiari di casa propria.

(da Avvenire, 14 ottobre 2014)

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