Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
ingordigia

Della tristezza di quel giovane c’è ancora traccia sulla polvere della strada: le cose nuove del Regno non sono valse il rischio di lasciare il tutto che teneva in tasca. Eppure quel tale – divenuto tristemente celebre per essere rimasto senza nome dentro l’anagrafe dell’Evangelo – del Nazareno aveva forse sentito parlare: per assonanza, per negazione, per Bellezza. La figura meschina è calata dritta tra le pieghe del Vangelo: “e noi che abbiamo lasciato tutto?” chiese Pietro, capoclasse di quella ciurma di amici capaci di comprendere la Bellezza del Maestro ma deficienti nel renderla operativa nei loro cuori. Lui spiegò la ricompensa, il rapporto tra il lasciato e il trovato, la gioia di chi ha scoperto una perla di grande valore. Sembravano convinti, forse era scivolato pure un timido applauso: certe volte di Cristo pensiamo davvero d’aver conosciuto la vera faccia.
Invece oggi ecco lo scivolone più inaspettato (liturgia della XXIX^ domenica del tempo ordinario). Protagonisti due di quelli che ci scommetteresti la testa, ci metteresti la faccia, ci giureresti la trasparenza. Uno è Giovanni, il discepolo che tutti i prof sognano: diligente e puntuale, con quella faccia mistica e quell’aurea di spiritualità che desta ammirazione nel cuore delle pie zie il giorno della prima comunione. Il suo animale preferito è l’aquila: di quell’animale ancor oggi parlano per lui le vetrate delle chiese, gli araldi delle confraternite, gli arazzi degli argenti di chiesa. L’altro è Giacomo, il fratello diverso: per carattere, per temperamento, forse anche per motivazioni. Eppure così simili nel chiedere all’Uomo dei Vangeli la prima raccomandazione della storia: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Forse stupito pure Lui, li guardò: “Cosa volete che io faccia per voi?” Loro, decisamente ingordi: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Povero Messia: in preda alla passione sempre più incombente, di domenica in domenica deve far fronte all’ingordigia che s’è inabissata nel cuore della sua gente. Qualche chilometro prima li sentì borbottare tra di loro – magari spintonandosi silenziosi, minacciandosi con gli occhi, disegnando arabeschi minacciosi nell’aria -. Portò pazienza: attese d’entrare nel nascondiglio di una casa per redarguirli: “di cosa stavate discutendo lungo la via?”. Ed essi tacquero: forte era la vergogna d’aver discusso su chi tra loro fosse il più grande. Questa domenica, più prossimi al Golgota, la lotta diventa spietata, qualcuno decide di metterci la faccia, di esporsi fin quasi all’ingordigia pubblica: “Uno a destra e uno a sinistra, Maestro. Questo ci basta”. Forse Giovanni pensava che bastasse avere grandi doni mistici per reggere la forza di quello sguardo. Oppure anche lui, come me, di fronte al Suo mistero brancolava nel buio, laddove tutti sembrano camminare un po’ a tentoni: peccatori e santi, diavolo e Madonna. Pazienza per quel giovane svergognato con delicatezza domenica scorsa: il suo fervore viaggiava pari all’ambizione di averela vita eterna. Passi lui, ma a scivolare stavolta sono due di quelli che hanno appena sentito entrare nei timpani delle loro orecchie il terzo annuncio della Passione: han sentito e han tentato di assicurarsi il futuro, scatenando l’insoddisfazione degli altri dieci per aver preso l’iniziativa.

Le cose vanno come devono andare. E a volte va a finire che proprio con le persone più miti e inoffensive, proprio con coloro che potrebbero aiutarci a vivere meglio, noi ci permettiamo di essere scortesi, bruschi, inospitali: mettiamo un muro, ci voltiamo dall’altra parte, opponiamo insomma un netto e insindacabile rifiuto, impedendoci così, probabilmente, di trovare quella felicità che sarebbe a portata di mano e che invece noi andiamo, come mendicanti ciechi, vanamente cercando altrove, nei posti sbagliati; onde poi fortemente lamentarci di come ingiiusta sia la nostra sorte, e ingenerosa, e ostile.(P. Mastrocola, Facebook in the rain, Guanda 2012)

Tardi Ti amai,
o bellezza tanto antica e così nuova,
tardi io Ti amai.
Ed ecco che Tu eri dentro ed io fuori e lì
Ti cercavo, gettandomi, brutto,
su queste cose belle fatte da Te.
Tu eri con me,
ma io non ero con Te:
mi tenevano lontano le creature,
che, se non fossero in Te, non sarebbero.
Tu mi hai chiamato,
hai gridato, hai vinta la mia sordità.
Tu hai balenato, hai sfolgorato,
hai dissipata la mia cecità.
Tu hai sparso il tuo profumo,
io l’ho respirato e ora anelo a Te.
Ti ho gustato e ora ho fame e sete.
Mi hai toccato e ardo dal desiderio della tua pace.
(Agostino d’Ippona)

Il sospetto quella sera, giunto nel suo nascondiglio, fu forte per l’Uomo di Nazareth: che pure quella ciurma di discepoli – cercati, amati e accreditati – avesse guardato alle sue parole come ad un film straniero senza sottotitoli: vedevano le immagini e traducevano a modo loro le parole di Lui. Fino a riempirne oggi i giornali: corruzione, illecito amministrativo, stupri sessuali, giunte che cadono, funzionari travolti da bufere scandalistiche, istituzioni corrose dalla ruggine del sospetto. Storie di gossip, tradimenti e ripensamenti. E Lui, grazioso nella sua sterminata pazienza d’educatore, a rilanciare la sua sfida paradossale e ambiziosa, forse pure colorata d’un pizzico di ingenuità:“fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”. Il problema è che Lui ci crede davvero.
E noi di Lui c’abbiamo sempre più nostalgia giunti a questo tornante della storia.

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