Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

carcere3Una storia che sale dai bassifondi della società, laddove la Grazia e la disgrazia ogni giorno ingaggiano tremendi duelli. Nel carcere “Due Palazzi” di Padova oggi è festa grande: Armand, ragazzo albanese di 36 anni, riceverà i sacramenti dell’iniziazione cristiana dopo un cammino di catechesi durato due anni. A fargli da padrino Bledar Giovanni, ergastolano albanese che due anni fa ha vissuto lo stesso percorso di fede e di conversione. La storia di Armand è una storia di fatica e di ferite, subite e prodotte: la miseria delle origini, il viaggio di fortuna verso l’Italia, la frequentazione della delinquenza e la dura legge della reclusione. Varca le porte di una patria galera con cucito addosso il peso di annate di carcere da scontare: lunghe, interminabili, desolanti, dentro una reclusione che somiglia sovente più alle celle mortuarie che alle camere delle maternità. Perchè il carcere è prima di tutto una punizione da scontare. Per tutti.
La storia, però, è una somma di incontri: incontri che ci cambiano ma dei quali ci accorgiamo solo dopo molto tempo. Incontri che chiedono la capacità di stupirsi per rendere l’uomo più vero. Nel carcere di Padova Armand inizia a lavorare (presso la Cooperativa Giotto, ndr) nella costruzione di biciclette; e, parallelo al lavoro, inizia la sua avventura di scoperta del Vangelo. Una scoperta fatta al lavoro, approfondita con l’amico Giovanni, supportata dalla piccola comunità cristiana del carcere. La detenzione diventa per lui la metafora di quel “deserto” tanto celebrato nella Scrittura: il luogo privilegiato nel quale Dio conduce per smontare e poi rimontare l’anima dell’uomo: è il “solito” Dio che ama irrompere attraverso gli interstizi della storia. Da quel giorno la storia di Armand inizia ad assaporare un significato nuovo, sorprendente: il peso della detenzione non muta d’aspetto ma affrontarla dandole un senso sembra tutt’altra cosa. Il suo cammino di preparazione è stato tutto una scoperta, anche per chi ha avuto la grazia di accompagnarlo: contemplare cosa produce il fascino di Cristo nel cuore di chi non l’aveva mai conosciuto prima è lasciarsi sedurre da “quella luce e quell’Amor che move il sole e le altre stelle”.
Armand e Bledar sono oggi l’altra faccia del carcere: quella che nel mezzo della disperazione trova un gancio di speranza per non lasciarsi vincere dalla disperazione. La somma delle loro condanne farebbe scricchiolare le spalle anche ad un gigante; la condivisione della loro storia attesta che nessuno è mai perduto quando c’è un “mandato di cattura” dall’Alto. Per loro la conversione al cristianesimo è stata, prima ancora, una conversione all’umano: guardare in faccia il male commesso, cercarne le motivazioni, riconciliarsi con una storia andata in frantumi non è opera semplice per chi è sempre stato abituato a vivere sopra le leggi. Motivo in più, stamattina, per scoprire di cosa sia capace la Grazia negli spazi resi inospitali e tetri da una certa libertà dell’uomo. Armand per il battesimo ha scelto il nome di Davide; come il suo padrino scelse quello di Giovanni. Come Saulo prese quello di Paolo: nessuno esce indenne dal combattimento con Lui. Si esce con un nome nuovo: il nome dice l’identità, l’appartenenza, il cambiamento. Davide, il pastorello divenuto re dell’impero d’Israele: c’è una missione nel nome. Quella che da domattina Armand/Davide troverà all’uscita della sua cella: diventare testimone di un incontro che un giorno riesce a cambiarti la vita. Spandendo attorno, anche dentro la clausura di una galera, il profumo di un Dio che mai si stanca di mettersi alla ricerca dell’uomo. Che, come per Davide e Giovanni, rimane l’investimento più bello e la scommessa che si può davvero vincere. Ovunque.

(da Avvenire, 25 maggio 2013, pag. 13)

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