Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

santoniovisoSono entrati silenziosi all’alba, dopo essere partiti all’imbrunire della sera: piedi stanchi e passo affannato, occhi che hanno sfidato la notte e sguardi arrossati dal primo sole mattutino, volti di vecchi e gemiti di bambini in carrozzina. Alla bellezza di un paesaggio notturno battuto su strade sterrate e argini di fiume avranno unito il silenzio come strada che conduce all’interno di se stessi. Quel pezzo di strada che da Camposampiero conduce al Santo passando per l’Arcella lo percorse per primo quel frate di nome Antonio che Padova s’è adottata come figlio e patrono: in punto di morte, disteso su un carro trainato da buoi, percorse quell’ultimo tratto quaggiù seguito da gente che accorse al passaggio di quel mesto corteo che recava nostalgia di cielo.
La Grecia ha conosciuto i pellegrinaggi di Delos, la più piccola delle Cicladi, e di Delfo, famosa per la sua pizia. Eppure il popolo pellegrino per eccellenza è quello celebrato nella Scrittura Sacra: da Ur dei Caldei il nomade Abramo trascinò un popolo a lambire la Terra Promessa. In principio fu il cammino: subito dopo venne l’esilio, la deportazione, la schiavitù. Fino al giorno in cui il Gesù dei Vangeli usò verbi di movimento per risvegliare nel cuore dei discepoli il fascino della sequela: “venite e vedrete”, “prendi il largo”, “andate e annunciate”. Prima i passi, poi le sentenze perchè il cammino è un momento ideale per esercitare il pensiero ed elevarlo a sguardi più arditi. Anche Antonio – fedele seguace di Francesco, Il Camminatore di Assisi – ha scelto il cammino come metafora del suo viaggio. Per scoprire nel viaggio l’alfabeto che regge la storia e sopporta gli uomini: il silenzio dei chiostri e il chiasso delle folle, il fallimento dei sogni e la passione per la speculazione, l’arte oratoria e il fascino della solitudine, l’ardore per la passione sociale e la sfida ai potentati. Nella sua vita, come nella vita di tutti i santi, “camminare” fu un verbo che divenne ben presto sinonimo di “guardare”: cosicchè da quel giorno per fare un cammino non servono centinaia di chilometri da battere ma può anche compiersi nella ristrettezza di una cella di convento o nell’angusto spazio di un angolo di strada: ciò che conta è la qualità dello sguardo, l’imparare a leggere tracce di cielo dentro la fanghiglia lucente del quotidiano vivere.
Un popolo che cammina al chiaror di luna è un popolo che rivaluta lo spazio della notte: di notte s’abbandona la formalità del giorno, la compostezza sociale, il vestito stirato. Di notte si fanno cose che il giorno non concede. Stavolta la notte è diventata il tempo della preghiera e del silenzio, della ricerca e dei passi, del sole che tramonta e dell’aurora che sorge. Camminare oggi parrebbe quasi una forma di nostalgia o di resistenza in un mondo che corre, un gesto fuori tempo in un mondo dominato dalla fretta. In mezzo al popolo pellegrino quest’anno c’erano anche cinque detenuti del carcere di Padova: silenziosi han camminato fianco a fianco con gente comune, han varcato la città all’alba senza che nessuno se ne accorgesse, hanno ridato alla notte ciò che in passato le avevano forse tolto. I loro passi scanditi nel solco della stessa strada sono il racconto bello di una notte di riconciliazione al chiaror di luna. Nel nome di quell’Antonio che nel lontano 1231 bussò alla porta dei potenti di Padova e fece riscrivere certi passi della legislazione corrente. Perchè pure lui era convinto che il male andava compreso e mai giustificato: con l’accortezza, però, di salvare a tutti i costi l’uomo caduto.
Rimettendolo in cammino, proprio come stanotte.

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