Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

formicaCol coraggio del leone: d’altronde il deserto gli era familiare e quel ruggito l’avrà sentito riempire il silenzio delle lande popolate di ululati solitari.
E con la destrezza della lucertola che t’illude d’averla presa mentre t’accorgi in un battibaleno che di lei ti è rimasta tra le dita solo la coda.
Eppure di carisma ne aveva da vendere perché la stoffa del fuoriclasse gli era cucita addosso. Alcuni sono partiti da Gerusalemme per chiedergli circa la sua identità. Domanda che lascia trasparire la fama del personaggio, il mistero curioso che gli aleggiava attorno, il magnetismo di cui teneva perfetta padronanza. D’altronde i tempi erano ormai maturi: pure la stella – indizio che accenderà i passi dei Magi d’Oriente – stava iniziando le prove generali appena fuori Betlemme. Il tempo era gonfio e poteva benissimo essere lui l’Atteso delle genti. Tanto che la domanda arriva dritta dai sacerdoti e dai leviti: “Chi sei?” Quanta curiosità in quella domanda. Troppa per non capire che l’hanno scambiato per un Altro, per quell’Altro che la storia aspettava da millenni, Colui che «perché la debolezza divenisse forte la fortezza si è fatta debole» (Agostino d’Ippona). Il Battista avrebbe l’occasione della vita: la carriera è ad un passo, la gloria abita già dentro la domanda, sono lì pronti a incoronarlo. Anche la faccia somiglia all’identikit pitturato dai profeti: basterebbe un nonnulla e quelli gli crederebbero.

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». (Dal Vangelo di Giovanni cap. 1 vv. 6-8.19-28)

Ma è proprio perché basta poco, poco più di nulla, che Giovanni non gioca con la storia degli uomini: “Non sono io il Cristo”. È l’eleganza di chi sa l’umile sua posizione nel mondo e non vive al di sopra della sua potenzialità. Non mollano loro, stavolta gli vogliono per forza far fare carriera: probabilmente hanno bisogno di un leader capace che traini il carrozzone della storia. “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. Addirittura paragonato ad Elia: il sogno di ogni uomo che nasceva sotto quel cielo di Palestina. Equiparato al profeta che al torrente Kison scannò i 450 sacerdoti di Baal. Che onore, Giovanni! “Non lo sono” – ribatte con l’umile sua amabilità. Niente da fare: lo vogliono personaggio a tutti i costi: “Allora sei un profeta”. Perchè qualcuno devi pur essere quaggiù se vuoi valere qualcosa. “No, signori, nemmeno profeta sono”: occorre davvero essere qualcuno per sentirsi protagonisti della storia?

Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Lui lo sapeva che l’Amico gli stava appena dietro, pronto ad impastarsi di umanità per far rendere credibile la sua fisionomia di Salvatore. Il Battista non lo avrebbe mai tradito rubandogli il posto: lui era semplicemente l’ultimo apripista, l’umile gioia di sentirsi utili ad un Sogno comune. Cosicché, dentro un carattere rozzo ed una stravaganza alimentare – locuste e miele selvatico come menù –, mantenne intatta l’umiltà della sua origine: “sono voce di uno che grida nel deserto”. La voce: essenza flebile e sottilissima, sempre in balìa del fracasso e delle interferenze, la forma di comunicazione prima dei primitivi e degli infanti. Quella più delicata e personalizzata: al timbro della voce s’abbina un volto, il gaudio di una notizia, l’ansia di un arrivo. Di chi parla si dice che “presta la voce ad un altro”. Tutto i sacerdoti avrebbero scommesso, ma non che quell’uomo così rude e apparentemente selvatico fosse orgoglioso d’essere voce di Qualcuno. Fra qualche mese, quando l’Amico passerà, allungherà il dito e dirà: “Ecco l’Agnello di Dio. È Lui che dovete seguire”. Quel giorno i suoi apostoli seguiranno il Maestro di Nazareth. Eppure sul volto di Giovanni il gaudio non conoscerà tramonto: era in quel Volto la ragione della sua appassionata testimonianza. “Non sono io il Cristo” – disse agli ambasciatori dei sacerdoti. Troppo onesto per far carriera tra gli uomini: la sua testa ha già le ore contate.
Ma lui è voce. E la voce non può tacere. Altrimenti non sarebbe più voce.

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