Deve essere capitato, al Cristo, di annusare che gli amici, la gente che gli andava appresso, pregasse alla tessa maniera in cui gli italiani usano il modo congiuntivo. Avete presente? Anche solo un congiuntivo sbagliato, anche solo mancato, fa rumore dentro un discorso bello: la frase “suona male!” diciamo. È come se si avvertisse quell’effetto sgradevole del gesso sulla lavagna, che chi è stato seduto in classe ha ancora memorizzato nell’udito. «Quando pregate non sprecate parole come i pagani» (Mt 6,7) si raccomanda Gesù mentre sta per presentare in classe la sua grammatica. Anche in quel tempo, anche quando si trattava di pregare, di pregare Dio soprattutto, la lingua più diffusa era la lingua a vanvera. Che, all’udito del Cristo, rendeva ancora più evidente di quel che già appariva all’udito del mondo la sottile ma consistente differenza tra la libertà di pensiero, la libertà di preghiera, e il parlare a vanvera. Anche, forse, il pregare a vanvera. In questo Cristo batteva il mondo a tavolino: capitava che quando lo si vedeva tutto assorto in preghiera, al mondo apparisse chiaramente quando era meglio tacere piuttosto che parlare a vanvera. Quel giorno accadde: «Gesù si trovava in un luogo deserto a pregare». E quando capitava – loro lo sapevano e Lui li aveva avvisati anzitempo – sul volto era come apparisse improvvisamente il cartello affisso sugli autobus: “Vietato disturbare il conducente”. Per questo, in quel giorno, aspettarono il momento opportuno per importunare il conducente: «Quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare».
Gli amici erano gente che avevano tutto, avevano il Maestro tutto loro, le città si scioglievano ai piedi: chiedevano e tutto ciò che chiedevano veniva loro dato. In abbondanza, tra l’altro: “Son gli amici del Maestro”. Eppure tutte le cose che avevano restavano vuote perchè il loro più grande desiderio non era ancora pieno: il desiderio di rivolgersi a Dio senza rischiare che il Cielo s’innervosisse a motivo di un parlare a vanvera. Vedevano Cristo trasformarsi in preghiera, lo si notava distante mille miglia che quell’attimo era la sua stazione di rifornimento e ricarica. Un giorno, dunque, vollero diventare ancora più simili a Lui proprio nel momento clou, nell’attimo in cui la creatura volge sguardo e bocca al Creatore. Cristo, da parte sua, non vedeva l’ora di sentirsi rivolgere la richiesta. Non volle costringerli a pregare, non li obbligò alla preghiera, mai disse loro che se loro si fossero dimenticate di pregare Dio si sarebbe arrabbiato. Visse tra di loro come un fuoriclasse del settore: visse in maniera tale che la gente, vedendo come si comportava, Gli chiedeva del Padre suo. Fu così che quel giorno, un giorno che entrò di diritto nella storia, la preghiera divenne una gioia, l’inginocchiarsi si fece passione, il volgersi a Dio divenne la loro escursione preferita. Non lo impose a loro: furono loro che, vedendolo, sentirono il bisogno di chiedergli come fare per avere quella confidenza così inaudita con quel Dio fino ad allora irraggiungibile.
Presentò al mondo la sua grammatica. Otto parole, non una di più: padre, nome, regno, volontà, pane, debiti, tentazione, male. Parole feriali, esigenze del quotidiano, nulla di extraterrestre. Mostrò loro in diretta che, una volta imparata questa preghiera, più nessun’altra potrà venire inventata da cervelli umani che non sia già contenuta nel Pater. Perchè gli amici, poi, non pensassero a quelle parole come a delle parole magiche, raccomandò loro d’insistere nell’usarle: «A chi bussa sarà aperto». Soprattutto nelle giornate in cui, pregando, nulla attorno a noi sembrerà mutare faccia, tutto sembrerà immobile e anche il pregare a noi sembrerà inutile. «Bussate»: la preghiera non potrà cambiare le cose attorno a noi, ma potrà cambiare il nostro atteggiamento rispetto alle cose. Se pregando, poi, ci si accorgerà di non esser capaci di pregare come Cristo insegna, non per questo sarà tempo perduto: «Il desiderio di pregare è una preghiera stessa» (G. Bernanos). Otto parole che non fanno più notizia ma fanno ancora la differenza.
(da Il Sussidiario, 26 luglio 2025)
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Vangelo di Luca 11,1-13).

Una risposta
Grazie don Marco è vero,a volte si prega sperando che qualcosa cambi,quanta fatica a cambiare i nostri cuori e cambiare atteggiamento frutto della preghiera.buona domenica 🙏🙏🙏