Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
sanpietro

L’architetto e il costruttore edile: il primo – capace di disegno, di precisione millimetrica e di visione d’insieme – organizza i sogni della gente e li traduce in un progetto. Il secondo – forte di manualità, di concretezza e di creativa idealità – realizza in muratura l’ingegno dell’architetto. Il primo senza il secondo rimane orfano dell’opera, il secondo senza il primo s’arrischia di iniziare un’opera col forte rischio di non portarla a termine. La traduzione più raffinata di questa sinergia indispensabile a qualsiasi costruzione rimane quella di Teresa di Calcutta, donna di periferia: “Io sono una matita nelle mani di Dio”. Laddove l’espressione s’arricchisce di una doppia sfaccettatura: la matita senza la mano serve a poco. Anche la mano, però, senza la matita poco potrebbe fare.
Dodici mesi d’inedita avventura per l’avventura cristiana: per la prima volta nella sua storia, la Chiesa ospita al suo interno la presenza di due Papi: Benedetto XVI e Francesco. Il primo se n’è andato in punta di piedi, come vi era entrato: con la sua finezza di architetto, nel tempo che ha guidato il gregge ha progettato il restauro della sua Chiesa: ne ha tracciato le linee maestre, ha aperto una nuova traiettoria di credibilità, ha messo la sua faccia per rendere la Chiesa un po’ meno timorosa; di fronte ai suoi sbagli, prima di tutto. Un papa architetto che forse non possedeva la manualità dei gesti di Francesco, il Papa che gli è succeduto: un uomo – giunto dalla lontananza delle periferie esistenziali – che ha raccolto il progetto di restauro e ne sta dando seguito con la concretezza dei suoi gesti, con il carisma della sua persona, con la forza sorprendente della semplicità evangelica. Senza Benedetto probabilmente non capiremmo Francesco, senza Francesco non potremmo capire il perchè di una così veemente novità di freschezza arrecata alla Chiesa nel breve battito di qualche mese. D’altronde è cosa risaputa: le fondamenta di una casa non sono mai la parte più apprezzata da un visitatore di passaggio: le architravi e l’ingresso, le scale a chiocciola e il camino acceso catturano subito lo sguardo. Senza le fondamenta, però, la bellezza di una casa non reggerebbe nemmeno l’affondo di un colpo di tempesta. Come è di una casa qualsiasi, così è della Chiesa che Cristo vorrebbe sempre più casa dalla porta sempre aperta.
Chi dell’avventura di fede apprezza il lato sentimentale ed emozionale, di Benedetto ha mostrato subito una facile dimenticanza: eppure dietro la misurata presenza di quel Papa pensante ci sta forse quella pedagogia della discrezione ch’è tipica delle persone giganti. Di quelle che, giunte in capo ad una vita di sforzi, avvertono che le rivoluzioni che riescono per davvero sono solamente quelle che si fanno mentre si sta in ginocchio; che sono gli uomini volti al di dentro che cambiano la storia, non quelli tutti presi dall’esteriore. E con Benedetto, Francesco ha da subito tessuto quell’amabile confidenza di chi non disprezza il lavoro di chi l’ha preceduto, ma tenta di portarlo avanti con la ricchezza del proprio carattere e della propria persona. Nella Chiesa si può essere diversi ma non per questo opposti, opposti ma non per questo inconciliabili, inconciliabili senza per questo essere nemici. Di loro s’è detto tanto e s’è scritto ad oltranza in quest’anno di convivenza sotto lo stesso cielo del Vaticano. Eppure la lezione più bella rimane quella di due uomini dalla forte risonanza e assonanza biblica: per uno che va al fronte per combattere, c’è un altro che sta con le mani giunte a pregare. Come ai tempi di Mosè e di Giosuè: l’inesperienza della giovinezza è resa forte dalla preghiera dell’anziano. La preghiera dell’anziano diventa storia con l’inesperienza del giovane guerriero. Forse la lezione più ardita per chi fa del cristianesimo un’avventura in solitaria.

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