Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
manigiunte

Come la più testarda tra le clienti, con la forza cocciuta e atavica che è propria di chi nasce donna (liturgia della XXIX^ domenica del tempo ordinario). Una storia di ordinaria amministrazione ingiusta della cosa più giusta che dovrebbe esserci, l’esercizio della giustizia per l’appunto: dare a ciascuno ciò che gli spetta. Lei ha bisogno, lui non ha bisogno di lei: forse già a quel tempo c’era la netta separazione tra clienti che possono permettersi un avvocato e clienti che non possono, il cui nome finisce inesorabilmente per marcire nei fascicoli accatastati nei tribunali dell’uomo. Eppure lei non cede: la forza di chi ha l’acqua che gli giunge alla gola è di proporzioni inaudite, l’insistenza motivata del povero è qualcosa d’insopportabile agli occhi del ricco. “Fammi giustizia contro il mio avversario” – è il grido che la donna ripete come fosse una litania che arreca la salvezza. Ma lui non cede: l’arroganza di chi è sazio di sé non conosce pietà alcuna. Lei non molla la presa: sta chiedendo semplicemente ciò che le spetta, nemmeno una piccola briciola in più. Lui tentenna e lei marca l’affondo, convinta di un’operazione che nella Scrittura arreca la vera salvezza: la creatura non ottiene mai ciò che chiede ma strappa a Dio solamente ciò in cui crede. Stavolta l’affondo è decisivo: “Anche se non temo Dio (…) le farò giustizia perchè non venga continuamente ad importunarmi”. A vincere sarà la donna, non la femmina in carne ed ossa ma la femminilità della sua fede: che smantella le inadempienze del giudice, che sorpassa il fastidio dei tribunali, che non s’arresta di fronte all’avanzare dell’ingiustizia. Lei è convinta di ciò in cui crede: e alla fine questo è ciò che le basta. E che le fa avanzare il diritto di poter importunare chi della giustizia sospetta di tenere le redini. Con in allegato l’amara riflessione di Gesù: ci sarà ancora qualcuno che, nonostante il gran mare di delusioni e di smentite, continuerà a bussare alla porta di Dio anche quand’Egli sembrerà tacere? Quante volte la gente prega e ha la sensazione che la preghiera non cambi le cose. Perché l’animo è prigioniero del rammarico, soffocato dalla collera, impantanato nello sdegno. E così nascono preghiere col fiato corto, preghiere che salpano senza convinzione, voli abbreviati nelle loro partenze. Per questo serve insistere: non per Dio, ma per noi.

A Parigi fa freddo. Federico Ozanam, il fondatore delle famose Conferenze di San Vincenzo, è in preda ad una grossa crisi mistica. Entra in una chiesa e, dopo qualche tempo, indovina nell’oscurità i lineamenti d’una persona ingobbita sui vecchi banchi. Scrutandola, la riconosce: A. M. Ampere, il grande fisico e matematico francese. Uscito di chiesa l’aspetta e, incrociatolo, gli pone una domanda: “Professore, è possibile essere così grande e pregare ancora?”. E lui, uomo che aveva viaggiato ai confini dell’elettromagnetismo e dell’elettrodinamica, che aveva varcato le soglie dell’inesplorabile, che era riverito nelle aule universitarie…con una risposta pari al grande genio che navigava nella sua mente, rispose: “Io sono grande solo quando prego”.

Erano i primi passi di Israele nel deserto: dietro di loro la schiavitù (che arrecava sicurezza, come rinfacceranno in tempi critici a Mosè), davanti la libertà che appariva troppo rischiosa. Lassù, oltre le nubi del Sinai, un Dio che sovente sembrava assente. La forza sta tutta nelle mani di Mosè, questo condottiero costretto a vincere la sua balbuzie e improvvisarsi diplomatico con un faraone dal cuore di pietra. Dovrà tenerle sempre così le mani – alte fin quasi a scocciare il cielo – se vorrà che Amalek, l’immagine del Nemico per eccellenza, non prevalga su quel popolo peregrinante tra le sabbie dell’esodo. Da poco gli ebrei abitano il deserto: non lo conoscono, non hanno esperienza bellica, è un popolo che da generazioni non prende in mano un’arma. Siamo all’esordio e Mosè, per di più, si fa da parte, segue da una collina le mossa di Giosuè. Sta sulla collina, però: perché il suo popolo lo veda e non perda il coraggio. Pur distante mette a disposizione le sue mani: rigorosamente vuote, rigorosamente verso l’alto. Sa di essere il capo: sopporta lui tutto il peso della battaglia. Così quando la stanchezza sembra prendere il sopravvento e le mani appesantirsi, recluta altre mani. Quelle di Aronne e Cur. Non per combattere, ma per sollevare le sue fino al tramonto del sole: “Presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani”.
La fede come una questione di mani da tenere (e da sostenere) puntate verso il Cielo: Dio non scappa dalle sue responsabilità, all’uomo è chiesta l’umiltà dell’invocazione. Per trattenere l’eco di una frase: “senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Così, come promemoria per non dimenticare.

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