Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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La memoria di Dio: “stabat mater dolorosa”. La forza inumana che tiene in vita il nome quando tutt’intorno è buio pesto. Le trovi dovunque: nelle sale parto delle maternità come nelle squattrinate strade della perdizione, nelle cerimonie dei giorni di festa e nelle lagne meste dei giorni del lutto, davanti alle stanze nuziali come dirimpetto alle patrie galere. Sono presenze arcane e scomode: prestano il loro grembo alla vita che nasce, tappano i buchi che gli uomini abbandonano, s’ammantano di luce per calarsi nelle tenebre. Reggono statuarie quando tutt’intorno la terra trema: «Non ha un accento, un guardo, un riso / che non mi tocchi dolcemente il cuore» (E. De Amicis, A mia madre). Fanno persino paura, forse per quel che d’inenarrabile, d’indecifrabile e di misterioso ch’è racchiuso in quel lembo d’umano: ci vuole fegato per strappare la vita alle fauci tremende delle tante morti – d’anima, di cuore e di corpo – che quotidianamente puntano.
Ventri femminili d’una forza animalesca e angelica: bussano, ricominciano, insistono, si sgolano, cercano a tentoni, bisbigliano, attendono. Donne dell’attesa, non allenteranno mai la presa. Tengono fascino e avvenenza, gaudio e spensieratezza, giovialità e passione. Le tradisce solamente la memoria: ne hanno sempre poca, dimenticano facilmente, scordano volentieri lutti e cadute. Un difetto di fabbrica ch’è rimasto l’estremo conforto della vita, il segreto della missione calata dal Cielo: riattaccare. Come delle amanti smemorate, delle seduttrici incallite. Come Dio sono le mamme.
Le contempli imponenti di fronte alle sbarre delle galere e nelle corsie d’ospedale, appresso al dramma e dinanzi alla menzogna più cupa, sotto la Croce più fastidiosa e traversa. Stanno là, rattrappite nel loro amore come talpe gelose e ferite: quasi che anche il Cielo debba trattare con loro per chiudere anzitempo una storia, un amore, un procedimento di quaggiù.
Dentro le tane stanno loro, gli amori di quelle femmine: son figli e nulla più. Sulle cartelle appresso ai nomi stanno mille soprannomi: morente, delinquente, precario, malato terminale, affetto da patologia degenerativa, divorziato, disoccupato, tossico, truffatore, manigoldo. Loro s’arrestano ai nomi, l’oltre non le tocca. Le chiamano “le povere donne”, eppure la loro forza indispettisce l’arroganza e il potere, sgretola l’angoscia e il lutto, guarda in faccia la morte e le promette battaglia sino all’ultimo: a costo di crollare loro. Per poi danzare: «(Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?) Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea» (Messale Romano, Victimae paschali laudes). Danzare la vita.
Vent’anni a contemplarla da dietro un vetro; vent’anni a scrutarlo come fosse una lapide vivente. Emanuele, ergastolano costretto al regime del 41/bis, quattro lustri ha colloquiato con la madre così, da dietro la lapide della sua condanna. Lei: caparbia e testarda. Mamma. Dopo vent’anni gli tolgono quel regime di sicurezze e fa il primo colloquio con quella donna attorno ad un tavolino: non più vetri, non più lapidi. Faccia a faccia con la vita: abbracciati, nel ventre di una patria galera. Per tre giorni Emanuele non s’è più lavato il volto: non voleva consumare il profumo lasciato dalla mamma mentre lo carezzava. La vita stava appesa ad un profumo di donna: ch’era madre, che faceva funzione di sentinella, ambasciatrice di speranza.
Sotto la Croce del Golgota, una Madre raccolse il Figlio: trafitto, sbeffeggiato, deriso. Lo protesse nella memoria per tutto il Sabato, fu donna d’amore e di veglia. Di straziante attesa. Poi risuscitò. E sbeffeggiò Lui la morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15,55). Lui e Lei: indivisibili.
Dio ha una memoria di madre. E viceversa.

(M. Pozza, L’imbarazzo di Dio, San Paolo 2013)


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