Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Di Salvatore Mazza, da AVVENIRE, 9 marzo 2010, pag. 17

ll Papa: Dio è buono. Non può volere il male.
L’esortazione di Benedetto XVI a «vivere i fatti della vita nella prospettiva della fede» In mattinata nella parrocchia romana di San Giovanni della Croce: superate la pigrizia spirituale, siate pietre vive.

267758064_ee784e3116Si può arrivare a «considerare il male come effetto della punizione divina». Ma di fronte a questa «facile conclusione», il Vangelo «proclama l’innocenza di Dio, che è buono e non può volere il male», mettendo ciascuno «in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce ». Su questa esortazione a imparare «a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio», Benedetto XVI ha centrato domenica la riflessione proposta ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus . «In presenza di sofferenze e lutti – ha sottolineato papa Ratzinger – vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande». È così, ha insistito Benedetto XVI, «le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita». Inoltre «di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna». Prima di affacciarsi a mezzogiorno su una piazza San Pietro gremita di fedeli, Benedetto XVI s’era recato in visita pastorale alla parrocchia romana di San Giovanni della Croce al Colle Salario, nella zona nord della Capitale, celebrando la Messa nella nuova chiesa, che era stata consacrata nel 2001 dal cardinale Camillo Ruini. Accolto dal cardinale vicario Agostino Vallini, dal vescovo ausiliare per il Settore nord monsignor Guerino Di Tora, e dal parroco don Enrico Gemma, nell’omelia il Papa ha invitato i fedeli a «superare la pigrizia spirituale» per essere quelle «pietre vive» che sanno annunciare e radicare in ogni ambiente quotidiano il messaggio di Gesù. Secondo il Pontefice, infatti, l’attendismo non può far parte del dna di un cristiano. È invece necessario vivere il Vangelo con dinamismo, portarlo a chi non lo conosce, senza aspettare che siano altri a portargli «altri messaggi» che però «non conducono alla vita».
Un invito, questo, che Benedetto XVI ha direttamente rivolto alle tremila famiglie che costituiscono il tessuto del nuovo quartiere, il quale che ha bisogno della linfa vitale dei laici, chiamati a essere «responsabili» e maturi nella loro vocazione. «Carissime famiglie cristiane, carissimi giovani che abitate in questo quartiere e che frequentate la parrocchia – è stato l’appello che il Papa ha rivolto ai fedeli di San Giovanni della Croce – lasciatevi sempre più coinvolgere dal desiderio di annunciare a tutti il Vangelo di Gesù Cristo. Non aspettate che altri vengano a portarvi altri messaggi, che non conducono alla vita, ma fatevi voi stessi missionari di Cristo per i fratelli, dove vivono, lavorano, studiano o soltanto trascorrono il tempo libero. Avviate anche qui una capillare e organica pastorale vocazionale, fatta di educazione delle famiglie e dei giovani alla preghiera e a vivere la vita come un dono che proviene da Dio». Nel tempo liturgico della Quaresima, ha poi insistito, «ciascuno di noi è invitato da Dio a dare una svolta alla propria esistenza pensando e vivendo secondo il Vangelo, correggendo qualcosa nel proprio modo di pregare, di agire, di lavorare e nelle relazioni con gli altri. Gesù ci rivolge questo appello non con una severità fine a se stessa, ma proprio perché è preoccupato del nostro bene, della nostra felicità, della nostra salvezza. Da parte nostra, dobbiamo rispondergli con un sincero sforzo interiore, chiedendogli di farci capire in quali punti in particolare dobbiamo convertirci».

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