Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Il carcere nasce come risposta al virus dell’illegalità, nella teoria: in pratica, invece, l’uso del condizionale è d’obbligo. E’ legge di cucina prestare attenzione alla pentola a pressione: il rischio dello scoppio è parte in causa del prodotto. Carletto (nella foto il primo da dx) è uno dei miei ragazzi reclusi in carcere. “Mio”, in questa circostanza, è aggettivo di appartenenza più che di possesso: nella personale ricerca del volto di Dio, io e Carlo viaggiamo in-cordata. Pastore, capo-spedizione, è Dio: il prete è cane-pastore di queste anime vaganti. Sabato, Carlo mi ha spedito un’email dalla sua camera di pernottamento, il nome evoluto della “cella”: «Ciao don Marco, stiamo bene fisicamente: moralmente no! Ci hanno lasciato al buio come dietro il muro di Berlino, del Messico: noi da una parte, il mondo dall’altra. Il silenzio su di noi ci fa piangere: né giornali né tg fanno accenno a noi. Siamo la peste che il Manzoni ha scritto nei Promessi sposi. Siamo inciampati nel male, è vero: non per questo siamo non-umani. Per favore: prega per noi. Ti voglio bene!»
Le perle, nel letame, restano perle. Infangate, ma ancora perle.
Non poteva immaginare, il “mio/nostro” Carletto, quale risposta gli sarebbe arrivata: inaspettata, di sorpresa. E’ vero: pochi, in questi giorni, pensano a loro. Chissenefrega: «Verrà un giorno – scrisse Leon Bloy – in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà loro parlare di Dio per vederli piangere». Pietro, il primo nome di ogni Papa, martedì ha risposto a Carlo sulle pagine dei nostri giornali, senza sapere del suo cuore-in-affanno: è il fiuto di un pastore che con la parola raduna il gregge. prendendo i lupi «sul petto» mentre «conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). Il mondo non si cura di loro? Francesco, di queste vie-crucis moderne, non si perde una stazione: quest’anno, stratega di Dio, ha preso le loro per raccontare quella di Cristo, la più maestosa Via-Crucis della storia. Il Venerdì Santo Cristo salirà il Calvario in compagnia di tutti coloro che, nel mondo, frequentano questo pazzo mondo di ferro-cemento. “Mi piacerebbe foste voi ad aiutarmi a scrivere la Via Crucis” mi confidò settimane fa il Papa. Dove “voi” non è aggettivo-esclusivo, bensì collettivo. Aggettivo-di-comunità, come ha intuito il vescovo Claudio: cioè tutto il mondo che ruota attorno al carcere, non solo le persone detenute. Francesco sa bene che, dietro ognuno di loro, si dipana una ragnatela fatta di responsabilità, libertà, giustizia. Una ragnatela di uomini e donne che, ostinati, cercano un’alleanza per riscattare l’uomo dal ciglio della disperazione. Nessuno si salva mai da solo: nessun uomo è un’isola.
Il Papa, rompendo i protocolli, ha aperto una trattativa-privata con il mondo in ebollizione delle carceri. E’ consapevole che la sua voce è l’unica autorevole, dentro il frastuono di mille autoritarie. Ascoltata: «Credenti o no, tutti sono stati felici – ha scritto Ornella Favero ieri su questo giornale -. Il Papa è una persona credibile. Dice cose chiare sulle pene, sulle persone». Conosce alla perfezione il peso specifico di ogni singola parola. E’ sceso in campo con la sorpresa di una lettera. Più un invito: “La sofferenza e la fatica cha abita nelle carceri la sento tutta – cerco d’interpretare il suo pensiero – Vi capisco, avete pure delle ragioni. Facciamo così: entrate in casa mia, sedetevi. Proviamo a parlarci tra di noi”. Come uno di quegli anziani che, vedendo dei riottosi alzare le mani, li porta a casa sua. E, mentre stanno seduti, abbassa i toni. Il segno della Via Crucis è tutto qui: nella profezia (dis)umana di un uomo che usa il bisturi della sua parola come piede di porco per aprire una fessura dentro il male. E far transitare Dio.
In questi giorni sto rileggendo “La peste” di A. Camus. Un passaggio: «Un uomo morto ha un peso solo se qualcuno l’ha visto morto, per l’immaginazione milioni di cadaveri disseminati sono soltanto fumo». Il fumo di un camino, però, è anche una traccia, un’indicazione. A me ricorda la legna che arde, la gente che fa-filò, l’intimità. Assieme a Tatiana Mario, giornalista e volontaria, abbiamo inseguito la traccia di questi fili di fumo. Inseguendoli, ci sono apparse storie di uomini e donne eccezionali, colte nella loro ferialità: l’uomo detenuto, la vittima, la famiglia, il magistrato, il volontario, la figlia di quell’uomo, l’educatrice, l’agente di Polizia Penitenziaria, l’innocente a torto accusato, la catechista. E’ la vera-presenza di un carcere che, spesso, si racconta disunita, a compartimenti stagni. Il Papa ci ha obbligati alla coralità: l’uno, senza l’altro, è un vagabondo.
L’amara constatazione del mio “Carletto” è stata sanata da una carezza di Pietro. Che da Padova, Capitale Europa del Volontariato 2020, è riuscito ad estendere a tutta l’Europa: Francesco è un cecchino con mira da-Dio. Ogni follia è testarda; la speranza, quand’è corale, lo è di più. Il Papa arrivato sette anni fa dalla fine del mondo è lo stesso che, novello Ulisse, non è mai stanco di sfidare il Male per far venire alla luce il Bene. Sono le trattative-in-corso della Grazia, anche in terra veneta.

(da Il Mattino di PadovaLa Tribuna di Treviso, La Nuova Venezia, Il Corriere delle Alpi, 12 marzo 2020)

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