Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

(pp. 11-13)
Giulio, uscito di prigione, incontra la moglie e, fra paura e speranza, ricomincia a sentirsi uomo dopo “trent’anni di riposo”.

Filò letterario (a cura dell’autore)

Noi siamo le nostre storie, il prodotto di tutte le storie che abbiamo ascoltato e vissuto, e delle tante che non abbiamo sentito mai. Perché esse hanno modellato la visione di noi stessi, del mondo e del posto che in esso occupiamo. Storie come quella di Giulio Schiacciasassi – trent’anni di galera e una risurrezione allenata a lungo – andrebbero raccontate in un certo modo. Come le raccontavano i vecchi saggi ebrei. Ad un rabbì, il cui nonno era stato discepolo del Baal-Shem fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia” – egli disse “va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto”. E raccontò: “mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie”.
Come quella di un brigante che firma la sua prima serata da uomo libero, dopo oltre diecimila tramonti contemplati da dietro le sbarre. Questa è la prima sera di una nuova vita per Giulio e Giuditta: la prima vita s’era arrestata al lampeggiare di una sirena, la seconda vita s’era consumata nella lacerante attesa della liberazione, la terza vita s’è inaugurata con una notte d’amore. Perché dentro il carcere – tra mille odori e altrettanti battiti del cuore – il corpo della donna amata era divenuto l’allucinazione più grande. E se la vita deve ripartire, deve riaccendersi laddove s’era arrestata: in un fremito di battiti che accelerando rimettono in piedi mille desideri assopiti nel silenzio delle celle: di correre e gridare, di piangere e di fare l’amore, si sospirare e di stringere, di passione e di colore. E’ il paradosso del carcere: quando ti sei abituato alle sue leggi e alla sua disciplina, la sicurezza della schiavitù rischia di spegnere il rischio della libertà. Negli anfratti delle celle ti conoscono tutti da trent’anni: un brigante, un assassino, un ristretto (termine tecnico per indicare un detenuto) dall’orizzonte limitato; e a forza di sentirtelo dire quasi ci credi, ci credi così tanto che il giorno in cui dischiudono la cella vorresti rimanerci ancora. Perché là dentro sei sicuro, fuori ti aspettano tutti: con le loro dicerie, con la loro voglia di ti-ammazzarti, col loro fiatone sul tuo collo. Perché a chi nasce bastardo non è facile riaccreditare fiducia. Giulio lo sa: ma di schiavitù ne ha piene le tasche.
Fuori non è solo: la sua donna l’attende sulla soglia. Da trent’anni s’affaccia ogni primo mattino su quella soglia, fino a conoscere sin nei minimi dettagli persino le pulci sulla pelliccia dei guardiani che le dicevano “si può, ma non ora”. Un anno, dieci, venti, trent’anni: la forza dell’amore. Poi un giorno sulla soglia compare una scritta: “si può”. E la vita finalmente riparte, spinta e sospinta dall’alfabeto della natura: il canto del grillo, il profumo del fieno che secca, della terra riarsa e la nobiltà dei petali dei fiori. La luna sorniona che s’appoggia sul davanzale e il rintocco lento dell’Ave Maria a dettare il ritmo a quei due corpi che si stanno ri-accordando: una liturgia natalizia e solenne che una zanzara (nella foto) non può permettersi di disturbare.
Le tasche di Giulio – come canta Lorenzo Cherubini – stasera potrebbero essere piene di sassi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti, gli occhi pieni di lei, della sua Giuditta. Che dopo trent’anni d’attesa sulla soglia ritrova l’emozione della vita. Una storia si riconosce dal potere che possiede di far l’amore col corpo; è una parola scritta che diventa fremito nella carne.

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“La zanzara fastidiosa”, disegno di Beatrice Costa, Romano d’Ezzelino (VI)


PROPOSTE DI RIFLESSIONE

  1. “Corpo che non è altro che la concretezza dell’anima” (riga 24), dice l’autore; e per te? Come abbellisci il tuo corpo, come te ne prendi cura? È veramente lo specchio di chi sei dentro oppure qualcosa ti condiziona nelle scelte che lo riguardano (opinioni dei coetanei, mass media….)? Prova a ragionarne in classe.
  2. Nel romanzo, la moglie ha aspettato ben trent’anni, rimanendogli fedele, che la persona che amava uscisse di prigione. Che opinione ti sei fatta di questa donna? Se potessi incontrarla dal vivo, cosa le diresti? Cosa le chiederesti?
  3. L’incontro tra Giulio e la moglie ci mette davanti un amore fedele, paziente, delicato ma anche appassionato e sensuale: provate a discutere in classe, guidati dall’insegnante, sulla visione del rapporto sessuale fra i tuoi coetanei, facendo anche un confronto con il romanzo.

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