Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato
lance

Come un quadro d’autore da mandare in soffitta. Perchè dietro la magia e l’esuberanza di quei colori, dentro la ricchezza di un intreccio narrativo profumato di epica ed eroismo, sul volto di un lottatore ora tutti sanno che non c’era l’uomo ma un robot della chimica. Che l’abbia fatto per vergogna o costretto dagli interessi, urtato dai rimorsi o timoroso della sbarre di una galera, ciò che resta del mito di Lance Amstrong è un pugno di cenere dalla quale nessuna araba fenice stavolta riuscirà più a spiccare il volo. Una narrazione sportiva e umana che aveva sfiorato l’alfabeto del lirismo e dell’epopea per gridare forte che la morte non sempre ha l’ultima parola; un’avventura umana che ha riacceso la passione della vita in chi la vita la contemplava a brandelli dentro i corridoi di un ospedale.
Eppure oggi, condannati da una confessione che ci piacerebbe avesse i toni del pentimento, non ci basta pensare al bene fatto per giustificare l’umiliazione perpetrata alla storia dello sport. Un’atleta del cielo come Teresa di Calcutta – impareggiabile costruttrice di bellezza nell’inferno della miseria – assicurava che non basta fare il bene, ma ricordava come il bene vada fatto bene per non diventare sospettoso di ambiguità col male. Le vite salvate dal cancro valgono la nobiltà di un gesto: rimane il percorso compiuto per arrivare lassù – sulle soglie di una fondazione nata da un uomo che già prima della morte alterava il suo motore -, un percorso costellato di ambiguità e di false dichiarazioni che, per tutelare un sogno, hanno mandato al catafascio decine di storie. Lance, però, ha vinto tutto e per chi nasce fuoriclasse è forte il sospetto di poter tutto: la malattia e l’anagrafe, il Mont Ventoux e i mille avversari trovati sulla strada, la chemioterapia e i sospetti. Ha sorpassato un’infinità di limiti: da ultimo ha sorpassato anche la giustizia che regola i segni e i sogni dell’umano. Un solo avversario l’ha sconfitto e porta il suo stesso nome: Lance Amstrong. Ed è stato l’avversario che “in casa” l’ha colpito alle spalle: l’ha costretto al ritorno, l’ha convinto a sfidare l’anagrafe, gli ha fomentato il sospetto d’essere Dio: quel giorno esagerò con la storia e la storia lo condanna all’infamia che solo l’America conosce: l’anonimato più tetro.
Lo sport è poesia e sudore, muscoli e cuore, vento in faccia e brividi sulla pelle. Nel ciclismo abita la metafora colorata della vita, forse per quel senso genuino e fanciullesco di passare davanti alla porta di casa e quasi bussare per svegliarti a cantare la bellezza. Sarà per questo oggi che un americano ci condanna alla malinconia: per aver creduto davvero che l’uomo potesse da solo arrivare così in alto. C’avevamo creduto e forse questa è stasera la nostra amarezza: aver smarrito, pedalando nella scia di Lance, la dimensione umana che rende bella la vita.
Anche i quadri d’autore sono destinati alla soffitta: è legge degli uomini che tutto abbia un inizio, un’esplosione e un declino. E’ che certi quadri, a volte, non vanno in soffitta perchè fuori tempo ma semplicemente perchè erano contraffazioni in piena regola. E noi li credevamo d’autore.

(da Giornale del popolo, 16 gennaio 2013)

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